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Sabato 1 Ottobre 2016, ore 07.08
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L'idiozia dei traders che affamano il mondo... l'ultimo rifugio dell'ignoranza



Nel mondo oltre un miliardo di persone ha fame. Le promesse fatte dai potenti della terra a margine del congresso della FAO nel 1974, convergevano sull'obiettivo che la moria per fame non doveva più essere la normalità e che chiunque avrebbe potuto avere libero accesso alle derrate alimentari.
Dopo trent'anni ci si accorge che non è così e, stante ai numeri delle organizzazioni internazionali e degli enti non governativi, le cose andranno sempre peggio. Ma c'è un distinguo e cioè che ad affamare il mondo non sono disastri naturali o le carestie, ma i subdoli effetti dell'attività speculativa che, attraverso i mercati finanziari, hanno provocato l'impennata dei prezzi alimentari che continua imperterrita da oltre due anni.

In Tunisia come in Egitto o in Algeria, in Sudamerica come in Medio Oriente, una paradossale deriva democratica ha promosso le rivolte del pane, laddove l'aumento dei prezzi spinge fuori dalla portata della povera gente i beni di prima necessità. Un'anomalia generata dalle storture dell'economia mondiale dove il libero mercato è l'unica guida del processo di globalizzazione. Non fattori strutturali, carestia, crescita della domanda o dipendenza dall'importazione dei paesi poveri, ma esclusivamente speculazione su mercati organizzati per tutelare solo gli interessi degli operatori e, in parte dei produttori, dalle fluttuazioni dei prezzi e dall'impennata dei tassi di interesse.

Emblematico il caso dell'India dove milioni di persone rischiano di morire di fame pur essendo, l'India, un paese esportatore netto di riso, o come la Cina, il più grosso produttore di grano del mondo, rischia un serio "cornering" per non poter onorare il rispetto dei contratti per una grave siccità che va avanti dall'ottobre 2010. La straordinarietà di questa crisi sta nel fatto che è dominata dalle aspettative degli operatori finanziari, con il dollaro che si svaluta sempre di più e il petrolio che in pochi anni ha messo a segno un rialzo spettacolare di tipo "Sky Rocket", riverberando effetti devastanti su tutte le materie prime, alimentari comprese.

Il circolo vizioso è complesso, articolato e parte dal petrolio, con i paesi produttori che vengono remunerati in dollari e stimolano l’ascesa dei prezzi per compensare i disavanzi legati al deprezzamento della valuta americana. Contestualmente, più sale il greggio e più salgono i costi di produzione agricola. Da qui l'impennata dei prezzi delle derrate. E gli attori sono tutti tipicamente finanziari; dalle banche ai fondi d’investimento per terminare con i più aggressivi hedge funds, fiumi di denaro si incanalano nei contratti a termine. Si scommette sul deprezzamento del dollaro e l’aumento del prezzo del petrolio.

Dati presentati all'inizio di quest'anno fanno emergere un netto aumento dell'attività speculativa sui mercati delle materie prime, passata dai 13 miliardi di dollari nel 2003 ai 265 del 2008; per i generi alimentari, la componente speculativa è arrivata fino al 35% di tutti i contratti a termine sul mais, fino al 43% di quelli sui semi di soia e ben oltre il 64% su quelli attivati sul grano e che dieci orsono erano tutti, abbondantemente, sotto il 10%. L'effetto perverso del denaro, l'ossessione degli operatori, tutto concorre ad affamare il mondo, saccheggiato in nome del libero mercato. E' speculazione, non aumento di domanda.

Stupirsi per la nuova ondata di aumenti dei prezzi delle materie prime dimostra che, dal fallimento della Lehman Borthers in poi, si accosta l'utopia alla percezione della realtà. Giustificare la recente impennata inflazionistica con una fantomatica “ripresa” o con il ruolo trainante, quindi assetato di risorse, del dragone cinese vuol dire essere irresponsabili. L’impennata dei prezzi delle materie prime ha un solo padrone: la speculazione. E' chiaro che se un sistema viene inondato di liquidità senza criteri regolamentari, questa andrà dove è possibile ottenere i più alti profitti, a spese dell’intera economia. Il salvataggio bancario negli USA è costato 2.500 miliardi di dollari. Tutti soldi finiti negli ingranaggi del sistema finanziario a cui è corrisposto il collasso del commercio mondiale e il crollo della produzione industriale. Una spinta speculativa artatamente concertata per contrastare il sistema politico mondiale che continua a parlare di riforme, revisioni o correzioni di anomalie, ma fatica a realizzarle... come nel 1974.

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