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Lunedì 26 Settembre 2016, ore 17.51
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Il potere tra democrazia e mercatismo

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

Il nostro sistema politico-istituzionale tende alla perfezione: potere in sé e per sé, che trasforma i cittadini in sudditi. La sua forza dipende dall’essersi reso irriformabile, imprevedibile, impersonale ed irresponsabile. L’ultimo passo è quello di emulare il mercato e la sua odierna onnipotenza traendone una legittimazione che travalica quella democratica e finalmente la sostitusce.

Il sistema italiano è riuscito negli anni a frapporre tra sé ed i cittadini un groviglio di organi, enti, competenze e regole, nazionali, regionali, locali e settoriali, di cui è pressochè impossibile prevedere l’interagire. Un ordinamento irriformabile, fatto di istituzioni che paiono scatole cinesi e di competenze costruite come le matrioske: involucri che ne celano sempre di altri. Un labirinto normativo, fiscale ed amministrativo da cui non si esce: è la cittadella del potere.

Maggioranze ed opposizioni condividono all’unisono l’esercizio imprevedibile del potere: accelerazioni incomprensibili e stalli decisionali inesplicabili, termini mai perentori quando c’è di mezzo il potere, ripensamenti continui. La legge non è più il voluto politico, ma lo strumento che lo rende astrattamente possibile, una sorta di periodo ipotetico, viste le sempre più numerose condizioni di applicabilità: l’iva aumenterà, a meno che non siano assunte decisioni diverse; le pensioni saranno liquidate secondo i vecchi criteri, ma nel limite di un contingente numerico di cui nessuno conosce la consistenza. Le leggi devono durare poco, anche meno di un anno, ed al loro variare creano e distruggono ricchezze, come i rialzi ed i ribassi della borsa o quelli dei prezzi delle materie prime: decisioni urgenti e straordinare, sempre giustificate dall’emergenza, si fanno e si disfano in un perpetuo girotondo. Quando avvantaggiano una categoria sono ancor più precarie: il sovrano si mostra sempre più pronto a revocarle, bollandole come un inaccettabile privilegio, esponendo i beneficiari al ludibrio collettivo. Una implacabile giostra feudale in cui non basta centrare lo scudo del manichino girevole, ma soprattutto scansare la mazza ferrata che fulminea si attiva: non basta essere riusciti a ottenere un posto fisso, perché ci sono i licenziamenti che colpiscono alle spalle. Solo nella imprevidibilità degli eventi e nell’instabilità sociale che determina. il potere politico si afferma pienamente.

Oltre ad essere irriformabile ed imprevedibile, deve essere ontologicamente impersonale, facendosi progressivamente anonimo: i volti dei politici sono noti, gli schieramenti anche, ma appena si scende di un gradino al di sotto della dichiarazione, della nota di agenzia o del raro intervento parlamentare, tutto si opacizza. La legge, per prima, deve essere oscura nel lessico: può essere compresa solo conoscendo le precedenti che modifica ed integra. Ogni legge rinvia ai regolamenti, ai decreti, alle determine, per non parlare del rinvio alle competenze di Regioni e comuni. Questo è il potere, l’impersonale esercizio del voluto che si dipana e tutto permea.

Per essere irresponsabile, e quindi anche potersi celare dietro le malefatte attribuite ad altri, il potere politico non deve più firmare alcun atto. Non c’è l’antica ipostatizzazione della decisione amministrativa al Ministro, oppure al Sindaco: c’è sempre un dirigente, o comunque un altro organo che si assume la responsabilità di tutto. Sono gli àscari, di cui si può dire tutto il male possibile: truppa che combatte battaglie non sue, reclutata nelle colonie del potere, cui spetta raccogliere e distribuire le spoglie delle sue conquiste.

Fin qui autoreferenziale, il potere politico italiano ha finalmente trovato la sponda in grado di svincolarlo definitivamente dal consenso: ormai da anni, dopo la crisi, ogni decisione rinvia alle esigenze dei mercati che reclamano stabilità, dell’Europa che chiede riforme strutturali, della Banca centrale europea che pone condizioni enumerate per intervenire contro la speculazione, dell’Ocse che ci mette perennemente in graduatoria. Si persegue un obiettivo straordinario: una delega necessitata ed assoluta per evitare la dissoluzione dello stesso corpo sociale che può precipitare nel baratro della crisi finanziaria. Lo Stato non può fallire, il sistema bancario neppure: falliscano invece le imprese e le famiglie. Un’idea stupida, prima che temeraria.

Ci si legittima salvatori della nazione, accreditati dal mercato e dal suo potere smisurato: una democrazia fondata sulla paura collettiva, sul timore di perdere tutto, sull’angoscia del futuro. Stati d’animo che decidono delle nostre vite, con affannata cura costruiti, diffusi sugli stessi schermi in cui compaiono i numeri ed i grafici dei mercati: la consueta retorica dei poteri virtuali, la loro metafisica.
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