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Domenica 11 Dicembre 2016, ore 14.53
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Siria: bomba o non bomba

Fabio Michettoni
Fabio Michettoni
Direttore Responsabile dell'Agenzia Teleborsa
Il fronte interventista è sfilacciato. Obama appare sempre più incerto sulla questione Siria preannunciando, forse, un intervento limitato. La Gran Bretagna, pur spingendo per dare il via all'azione militare, aggiunge che sarà difficile attaccare se al Consiglio di sicurezza dell'ONU il fronte dei NO si allarga. Anche la Francia, che in origine era la più decisa per intervenire militarmente, auspica adesso la soluzione politica aggregando il parere italiano. Defilata fin dall'inizio, invece, la posizione della Germania, prevedibilmente scettica sull'opzione armata; ma qui si deve ricondurre tutto alla campagna elettorale della Merkel in vista delle elezioni autunnali.

Insomma, la coesione fra gli stati su possibili interventi armati in giro per il mondo a sostegno di rifondazioni democratiche, è meno forte. Dall'agosto del 1990, quando Saddam invase il Kuwait, per arrivare alla Crisi libica del 2011, si è persa man mano la capacità o l'interesse a formare coalizioni militari. E' evidente anche la leggerezza con la quale l'ONU considera l'argomento, per cui è difficile anche mettere a fuoco un possibile ambito legale secondo cui agire. Tutti sono allineati a condannare le azioni repressive di Assad, comunemente persuasi sull'orrore o sull'indignazione, ma c'è un apprezzamento profondamente diverso sul che fare e questo sottintende una variegata visione delle cose e del mondo da parte degli Stati interessati. Senza considerare che le forze armate dei paesi interessati hanno già programmato il proprio disimpegno dalle aree del mondo (vedi Iraq e Afghanistan), viene difficile pensare ad un comune accordo per un intervento in Siria. Per cui l'unica soluzione praticamente possibile è quella diplomatica, per quanto fin qui mai seriamente perseguita.

A prima vista, un intervento armato, potrebbe meritarsi il plauso di chi sostiene libertà e diritti umani. Ad un esame più approfondito, tuttavia, sorgono dei dubbi circa le virtù dell'intervento e i risultati che si possono aspettare.

In parte il sostegno europeo all'intervento potrebbe nascere da un sincero impegno umanitario, ma la mancanza di sforzi altrettanto seri per impedire assassinii e stupri di massa in aree dell'Africa sub-sahariana o nell'area depressa del Darfur, per esempio, suscitano dubbi sulla purezza delle ragioni di un possibile intervento in Siria.

L'Europa ha un suo preciso interesse alla stabilizzazione dell'area mediorientale, in particolare per prevenire un afflusso ai propri confini di profughi sgraditi. Anche le vaste riserve petrolifere delle aree limitrofe giocano il loro ruolo. Un'ulteriore considerazione è legata al fatto che questo intervento militare è relativamente "a buon mercato" in termini di rischio per i soldati occidentali, che praticamente non dovrebbero mettere nemmeno un piede sul territorio siriano.

Il peso degli interessi di "realpolitik" nel decidere l'intervento in Siria, non sfuggirà poi agli osservatori arabi di matrice islamica, anche se qualche loro paese partecipasse all'azione militare, qualora questa si attui. Prenderebbe sicuramente corpo l'idea di un'aggressione neo-colonialista, che si rafforzerebbe se poi si mancasse l'obiettivo finale, cioè quello di rimuovere il dittatore di turno.

L'impressione è che la ricerca di un nuovo ordine mondiale non risponda proprio per nulla a canoni maggiormente condivisi e che è solo retorica strombazzata per necessità, per cui è altamente probabile che un intervento in Siria possa portare più danni che benefici.

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