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Venerdì 30 Settembre 2016, ore 12.17
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Furto con destrezza

L'italia è al terzo posto come potenza aurifera mondiale, dopo gli Stati Uniti e la Francia.

Fabio Michettoni
Fabio Michettoni
Direttore Responsabile dell'Agenzia Teleborsa
L'Italia si colloca al terzo posto come potenza aurifera mondiale, dopo gli Stati Uniti e la Francia. Le sue riserve ammontano a oltre 2450 tonnellate e sono in deposito presso la Banca d'Italia. Ciò non vuol dire che i lingotti siano fisicamente stipati nei forzieri della nostra Banca Centrale, resta però il fatto, che l'ammontare in Euro di tutto quest'oro, che ammonta a 110 miliardi, è riferibile alla Banca d'Italia. Dire però che non è noto di chi sia quella montagna d'oro, può sembrare assurdo, ma l'interrogativo si pone per effetto del nuovo assetto del sistema bancario italiano, dopo le privatizzazioni iniziate vent'anni fa.

Già dire "riserve auree della Banca d'Italia" non dovrebbe alimentare dubbi, almeno grammaticalmente, su chi sia il padrone di tutti quei lingotti. A rafforzare quest'idea c'è poi lo stato patrimoniale della Banca d'Italia, che ne conferma la proprietà alla voce "attivi". Quindi non si può sbagliare.

Quando però nel 2009, l'allora ministro Tremonti, alla disperata ricerca di risorse, pensò di tassare le plusvalenze che la Banca d'Italia aveva ottenuto, la BCE si oppose avanzando tutta una serie di obiezioni e Trichet, all'epoca Presidente dell'Istituto Europeo, fece osservare: "Ma siamo sicuri che l'oro sia della Banca d'Italia e non del popolo italiano?"

Trichet disse di proposito la parola "popolo", per non dire "Stato", che sarebbe stata la definizione più azzeccata. Rafforzò la riflessione anche Draghi che, evitando anche lui di dire la parola "Stato", disse: "Le riserve auree appartengono agli italiani e non a via Nazionale".

Insomma il problema esiste e nessuno, ad oggi, ha dato una risposta certa. Ma andiamo con ordine.

L'art. 1 dell'atto costitutivo della Banca d'Italia, cita testualmente: "La Banca d'Italia è un Istituto di diritto pubblico". Più netto l'art. 2, che così recita: "Le quote della Banca d'Italia possono essere detenute solo da organismi bancari, previdenziali e assicurativi a totale componente pubblica". Insomma la connotazione pubblica della Banca d'Italia era, per definizione, fuori discussione.

Con la privatizzazione del sistema Bancario lo scenario è però radicalmente cambiato, cosi che la Banca d'Italia, che ancora oggi viene definito come un istituto di diritto pubblico, fa confluire le quote di Via Nazionale in mani private; per cui, volenti o nolenti, anche il suo patrimonio miliardario, fatto di immobili e preziosissime collezioni d'arte.

Nessuna novità sulla proprietà delle riserve auree. Fermo restando che le quote andate in dote alle banche privatizzate dovevano ritornare dopo due anni a fondazioni di diritto pubblico, con il nuovo Statuto del 2006 è stata modificato solo la procedura di cessione, ma non la titolarità. Per cui, anche da questo punto di vista non c'è alcun dubbio, il processo di privatizzazione ha dato la titolarità delle quote e quindi di tutto ciò che ne riviene, riserve auree comprese, agli stessi soggetti bancari privatizzati.

Bell'affare. Tutto l'oro della Banca d'Italia in mani private. Ad oggi Banca Intesa detiene il 42% delle quote del capitale di Banca d'Italia. Il 22% è in mano a Unicredit. Il rimanente è frammentato in partecipazioni minori. E tutte hanno consolidato nel loro bilancio le quote di partecipazione.

Ovviamente le riserve auree, che sono il boccone più attraente che portano in dote le quote di partecipazione, hanno scatenato gli appetiti più famelici. Nessuna paura però. I giochi sono già fatti e "Nel nome del popolo italiano" si può fare questo e altro. Chiunque avesse dei dubbi alzi la mano.

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