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Martedì 6 Dicembre 2016, ore 07.02
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Prato, made in ItalChina

E' già silenzio tombale. Sono passati appena due giorni dal tragico incendio in cui sono morti sette lavoratori in una fabbrica di confezioni, e già tutto è tornato al consueto, insano, cinismo.

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
I giornaloni che hanno titolato a piena pagina sull'incendio di Prato, già tacciono. Nei talk show, la questione è già stata messa in soffitta, anzi in cantina: pronti a riprenderla non appena serva.

Lo scandalismo del giorno dopo ha fatto il consueto lavorone: immagini pietose, interviste con i protagonisti dal volto e la voce resi irriconoscibili, repertorio delle inchieste e delle denunce già mandate in onda a tempo debito, per evitare di farsi dire che nessuno lancia mai un allarme tempestivo. E poi, le consuete accuse alla politica, all'Amministrazione che non interviene, alla inefficacia delle leggi: il solito girotondo.

La verità è scomoda: il "Made in Italy", quella che non è solo una targhetta apposta ad un capo di abbigliamento, vale oro. Rispetto all'indicazione "Made in PRC", il prezzo al quale si può vendere un abito è più alto. Se quindi il modello è lo stesso, ed identici sono il tessuto e la confezione, mettere su una fabbrica a Prato rende tanto. Ma, visto che il prezzo di riferimento è quello del prodotto cinese, se la motivazione è il maggior profitto, anche la manodopera deve essere cinese: altrimenti, la differenza va in tasca ai lavoratori. Il conto è logico, lineare.

ItalChina è una delocalizzazione inversa: invece di spostare in Cina la realizzazione di un prodotto italiano, cosicché i bassi salari consentono di contenere i costi ed elevati margini di profitto sul Made in PRC, a Prato si delocalizza la manodopera a basso costo per realizzare un prodotto italiano, consentendo di abbassare i costi e di aumentare i profitti con il Made in Italy.

Un insano cinismo regola il sistema: se non conviene produrre in Italia per via del costo del lavoro, si va in Cina; se non conviene produrre in Cina, per via dello scarso appeal del marchio di quel Paese, si resta in Italia ma si affida la produzione alla manodopera immigrata, cui non si applicano né diritti, né garanzie né tutele.

E' la ferrea legge dei salari, che già Ricardo lamentava due secoli fa, ma a cui aveva trovato un bilanciamento: se è vero che la produzione si sposta dove i salari sono più bassi, è altrettanto vero che ogni Paese ha vantaggi comparati che può mettere a frutto, specializzandosi: l'Inghilterra di allora aveva la tessitura, il Portogallo nella produzione del vino Porto.

Così è. L'Italia ha il brand e la Cina un basso costo del lavoro: un mix ineguagliabile, con la produzione che sta un po' di qua ed un po' di là. Basta pagare poco il lavoro, al livello di sopravvivenza. Con il rischio di tornare allo schiavismo, per interposti mercati.
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