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Venerdì 9 Dicembre 2016, ore 08.47
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Chi bussa alla Posta?

Del collocamento in Borsa delle Poste Italiane si sono già perse le tracce. Troppe difficoltà: dal piano industriale ai vincoli Antitrust, dai rapporti con il Ministero dell'economia a quelli con Banca d'Italia e Agcom

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Del collocamento in Borsa delle Poste Italiane si sono già perse le tracce. Troppe difficoltà: dal piano industriale ai vincoli Antitrust, dai rapporti con il Ministero dell'economia a quelli con Banca d'Italia e Agcom

Se il Ministero dell'economia voleva fare davvero un po' di soldi con le Poste Italiane, bastava che avesse venduto una delle sue società più ricche: Poste Vita, ad esempio, oppure Postel che opera nella meccanizzazione e nel segmento della posta ibrida. Sarebbe stata una operazione semplice, chiara, ad incasso immediato. Si sapeva bene che cosa si vendeva. Ci si è imbarcati invece in una avventura molto più complessa: c'era il rischio di vendere l'argenteria ai privati, mantenendo allo Stato le attività potenzialmente in perdita, come la gestione della corrispondenza.

Mettere sul mercato una holding, un colosso che opera dal settore postale tradizionale alla logistica, dalla raccolta del risparmio al sistema dei pagamenti, dalle polizze vita alle telecomunicazioni, richiede un assetto regolatorio molto netto, che va costruito con prudenza.

Ci sono innanzitutto in gioco i rapporti con la Banca d'Italia per quanto riguarda l'attività di raccolta del risparmio: finché le Poste erano tutte dello Stato era un conto, ma se nel capitale azionario entrassero gruppi finanziari privati, si potrebbero creare pericolosi cortocircuiti con il resto del sistema bancario italiano. Le Poste privatizzate potrebbero richiedere una licenza bancaria piena per erogare direttamente il credito, utilizzando una rete colossale e molto meno costosa di quella bancaria: entrerebbe sul mercato un pericoloso concorrente che partirebbe avvantaggiato anche per il fatto che entrerebbe sul mercato senza le sofferenze e le perdite accumulate dagli altri operatori in questi anni di crisi. Insomma, il settore bancario italiano non vuole altre grane e la Banca d'Italia neppure.

Ci sono poi i rapporti con la Cassa Depositi e Prestiti, che impiega in convenzione con le Poste gran parte del risparmio che viene raccolto agli sportelli. Anche qui, bisogna capire quanto dura e quanto vale questo contratto: tre o cinque anni, almeno.

I rapporti con il Ministero dell'economia sono più complicati. Innanzitutto, c'è la concessione del servizio postale universale che va rinnovata: difficile prorogarla per legge. Ci vorrebbe una gara europea per aggiudicarla, dopo aver stabilito quali sono le aree a fallimento di mercato. Ma qui subentra la competenza dell'Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, che ha assorbito la Direzione dei servizi postali dell'ex Ministero delle comunicazioni.
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