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Giovedì 29 Settembre 2016, ore 20.54
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Sull’Articolo 18, è guerra di potere

Governo a maggioranza PD da una parte, CGIL dall'altra, su sponde opposte. Un paradosso, vista la funzione di cinghia di trasmissione che da sempre li lega.

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Governo a maggioranza PD da una parte, CGIL dall'altra, su sponde opposte. Un paradosso, vista la funzione di cinghia di trasmissione che da sempre li lega.

Il potere politico misura tutti i giorni il suo consenso sociale attraverso i sondaggi di opinione, così come accade quotidianamente per le quotazioni dei titoli azionari sui mercati. Vero è che i cittadini votano solo alle elezioni, ma la rappresentanza politica in Parlamento non esaurisce le forme democratiche del consenso o della opposizione sociale: ci sono gli scioperi e le manifestazioni di piazza che punteggiano il dissenso rispetto alla politica del Governo.

Stavolta, sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, si gioca una partita determinante: serve a stabilire chi ha davvero il potere politico, in Parlamento come nel Paese, e soprattutto chi lo ha in fabbrica. Quella di avere mano finalmente libera sui licenziamenti individuali, senza doverli motivare, è una richiesta che il mondo delle imprese ha fatto da anni. Non si arriva ancora al vero nodo della questione, quello di ammettere senza diversivi il licenziamento ad nutum, consentendo al’impresa di mandar via un lavoratore senza neppure dovergli spiegare perché deve lasciare l’impiego: è il sogno mai confessato di qualsiasi imprenditore, l’incubo di qualsiasi lavoratore.

Il centrodestra, che pure per vent’anni si è detto interprete delle istanze imprendtoriali, non ha mai affrontato di petto la questione dell’articolo 18: avrebbe solo saldato l’opposizione politica minoritaria in Parlamento, a quella sociale maggioritaria nel Paese. Non è casuale che il referendum popolare abrogativo di questa disposizione non abbia ottenuto il quorum dei votanti: vuoi o non vuoi, il centrodestra ha accettato passivamente anche la logica della concertazione con le parti sociali, inaugurata dal Governo Ciampi per garantire agli imprenditori la moderazione salariale.

Stavolta, il Governo Renzi ha deciso di abbattere il tabù, la norma simbolica che limita la gestione della forza lavoro. Lo ha fatto addirittura ponendo la questione di fiducia al Senato sull'approvazione del “Jobs Act”, il disegno di legge delega sulla riforma complessiva del mercato del lavoro, che elimina il reintegro nel posto di lavoro nel caso che le ragioni economiche poste a fondamento del licenziamento individuale siano dichiarate insussistenti: il datore di lavoro dovrà pagare solo un risarcimento monetario.

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