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Venerdì 9 Dicembre 2016, ore 12.45
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Il Qe non fa breccia nel muro di Berlino

Il Qe appena varato non fa altro che addossare ogni rischio alle banche centrali nazionali relativo ai titoli che verranno comprati con la liquidità attribuita loro.

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Bisogna essere franchi: il Quantitative easing (Qe) appena varato dalla BCE non fa altro che addossare alle singole banche centrali nazionali ogni rischio relativo ai titoli che verranno comprati con la liquidità attribuita loro. Non c’è alcuna solidarietà: anzi, è un passo indietro.

In pratica, quando la Banca d’Italia comprerà Abs, Covered bond, oppure titoli di Stato utilizzando la liquidità che le spetta suddividendo i 60 miliardi di euro mensili del Qe, ne avrà di certo il beneficio in termini di interessi, ma anche tutti i rischi derivanti dal possibile default dell’emittente. Le perdite andranno a riduzione del suo capitale, composto dalle riserve auree e valutarie: ognun per sé.

Non solo non c’è nessuna solidarietà fra le diverse banche centrali, ma soprattutto nessuna possibile perdita per la BCE in quanto tale, pur tenendo conto che quest’ultima ha come capitale versato una quota delle riserve che in precedenza appartenevano alle banche centrali che sono entrate a far parte del Sistema Europeo delle Banche Centrali.

Nel Qe ci sono però due deroghe rispetto a questo meccanismo che fa ricadere il rischio dei titoli acquistati integralmente sulla banca centrale che effettua l’operazione, iscrivendoli all'attivo.

Si tratta in primo luogo dei titoli delle istituzioni europee, in particolare quelli che saranno emessi per finanziare il cosiddetto Piano Juncker, cui viene appunto riservato il 12% del Qe.

In pratica, ciascuna banca centrale nazionale sottoscriverà una quota di questa riserva di acquisto a favore dei titoli europei, che tra l’altro serviranno a finanziare una parte degli investimenti del Piano Juncker in quello stesso Stato. La condivisione del rischio funzionerebbe così: se una quota dei finanziamenti del Piano Juncker non dovesse essere rimborsata dal soggetto che li ha ricevuti per effettuare gli investimenti, la perdita conseguente sarà ripartita tra tutte le banche centrali. E’ una soluzione logica ed equilibrata: se il Piano Juncker è europeo, anche le eventuali perdite sono da dividersi tra tutti i Paesi europei, quale che sia e dovunque sia stato effettuato l’intervento per il quale il finanziamento non è stato restituito. Abbiamo forti dubbi sul fatto che ci siano davvero nuovi investimenti pubblici infrastrutturali talmente redditizi da poter essere rimborsati anche a lunga scadenza, sulla base di uno schema di project financing, ma la logica sottesa al Piano Juncker è questa.
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