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Giovedì 29 Settembre 2016, ore 03.49
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La fava ucraina ed i soliti piccioni

La crisi di Kiev sbarra la porta alla Germania, non solo alla Russia. Riavvolgendo il nastro delle crisi, tutto sembra muoversi sempre intorno agli interessi finanziari e politici di Berlino

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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La crisi di Kiev sbarra la porta alla Germania, non solo alla Russia. Riavvolgendo il nastro delle crisi, tutto sembra muoversi sempre intorno agli interessi finanziari e politici di Berlino: dalle perdite sui titoli tossici americani, al default della Grecia, fino alla crisi ucraina. Passando per i salvataggi delle banche spagnole ed i prelievi forzati sui depositi in quelle cipriote...

Lo spirito antitedesco non è mai stato così forte in Europa. Ad Atene sono anni che considerano la Troika come la controfigura di una occupazione straniera, e si evoca il ricordo di quella nazifascista dell’ultima guerra. Brutti pensieri.

Gli eventi di questi anni segnano una serie di coincidenze impressionanti: è come se tutto congiuri ormai contro Berlino. La finanza tedesca è stata massacrata dalla crisi finanziaria di Wall Street del 2008. Gran parte degli utili guadagnati con le vendite all’estero erano stati investiti in titoli dimostratisi tossici: e così le banche tedesche hanno accusato perdite colossali, che per essere ripianate hanno costretto lo Stato tedesco a concedere aiuti per ben 247 miliardi di euro. Una cifra, questa, pari ad un quarto della posizione finanziaria netta verso l’estero accumulata nel corso degli anni. E così, Berlino ha passato tutto il 2009 a mettere pezze alle sue banche.

Non basta: a febbraio 2010, ricomincia la rumba. La musica suona sempre dall’America: stavolta c’è di mezzo la stabilità dell’Europa e dell’euro. La Grecia è nel mirino. Sono i Premi Nobel a dare l’avvio alla nuova fase: Robert Mundell teme il rischio Italia per l'euro, mentre Martin Feldstein consiglia alla Grecia una vacanza dalla moneta unica. Basta poco per infiammare la scena: si scopre che, anni prima, i conti pubblici di Atene sarebbero stati truccati per agevolare l’ammissione all’Eurozona. Ci sarebbe del debito nascosto, occultato con operazioni in derivati: sarebbe acqua passata, uno scandalo se non fosse che non tornano le previsioni del deficit di bilancio, che raddoppierebbe rispetto alle stime ufficiali del governo ellenico, passando da poco più del 5% a poco meno del 10%.

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