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Lunedì 26 Settembre 2016, ore 07.33
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Un Governo senza stampella

Job Act e riforme istituzionali sono passati solo grazie all'accordo del Nazareno. Ora che il Governo deve fare tutto da solo, si blocca: riforma della Rai, assunzioni degli insegnanti precari, regole di concorrenza sulla banda ultra-larga, tutto rinviato. Ora, gli serve il consenso, quello della sua maggioranza

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

Checché se ne dica, il Patto del Nazareno aveva assicurato al Governo Renzi un anno di copertura politica e parlamentare. Vuoi o non vuoi, alla fine i numeri in Parlamento si trovavano. La fiducia c’era, ogni volta, ma contava sullo squagliamento di Forza Italia che non si presentava tutta in Aula. E’ successo con la votazione alla Camera, per la approvazione della riforma costituzionale: solo 308 voti favorevoli, meno della metà dei 316 che rappresentano la maggioranza dei suoi componenti. Quegli stessi 308 voti, quando nel 2008 venne comunque approvato il Rendiconto generale dello Stato, furono considerati la prova evidente che il Governo Berlusconi non aveva più la maggioranza per governare. Salì al Quirinale, per rassegnare le dimissioni. Stavolta, per il Governo Renzi, sono stati il viatico sufficiente per approvare in prima lettura la riforma della Carta costituzionale: la seconda lettura, a maggioranza assoluta, è un miraggio.

E’ così che il Governo non può più contare sulla stampella, sull’istruttore di scuola-guida al fianco: quello che fa finta di nulla, ma osserva burbero il principiante. Gli dava una sicurezza assoluta, intervenendo tempestivamente per evitare errori. Ora non più.

I provvedimenti principali del Governo erano passati con il sostegno di Forza Italia. Dal Jobs Act alla riforma costituzionale, alla nuova legge elettorale, tutto era andato avanti, tra mugugni e rimbrotti del dissenso interno al Pd: erano stati costretti a votare per il Governo, non potendosi permettere una rottura parlamentare.

L’elezione del Presidente della Repubblica ha segnato la rottura del Patto: il Pd lo ha scelto e sostenuto il candidato che ha ricevuto una maggioranza numerica ampia, senza Forza Italia. Politica e numeri non sono la stessa cosa, ed ora se ne vedono le conseguenze.

Non è solo questione di decreti-legge: manca la sponda di Forza Italia, e prima di fare una mossa bisogna fare bene attenzione. Non c’è, in Parlamento, una maggioranza che sostenga “senza se e senza ma” le posizioni del Governo.

Sulla riforma della Rai, si sono aperte le riflessioni con Beppe Grillo. Sull’assunzione degli insegnanti precari c’è il timore che questa immissione ope legis di oltre 100 mila supplenti susciti le ire dei più giovani, che verrebbero esclusi dalla sanatoria e privati della possibilità di accedere con i pubblici concorsi. C’è poi la questione dei sussidi a favore dei genitori che mandano i figli alle scuole paritarie, questione su cui si cerca un accordo con il NCD che vorrebbe sostenere le scuole cattoliche. Sulla strategia italiana per la banda ultra larga, è stato approvato un Piano di spesa per 12 miliardi di euro, da qui al 2020, in cui c’è il finanziamento per 6 miliardi da parte dello Stato, mentre le risorse dei privati sono ferme ancora a 2 miliardi: anche qui, servirà discutere, per trovare un accordo. Campa cavallo.

C’era una volta l'immagine di un “uomo solo al comando”, un leader politico che andava avanti per le spicce, vantandosi di non mollare mai nemmeno di un millimetro. Per governare, anche questo governo ora ha bisogno di tempo e di consenso. Nella maggioranza, formalmente, non è cambiato niente, o forse tutto.

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