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Domenica 25 Settembre 2016, ore 09.20
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Boom o crash?

Borse ai massimi, ma salari e rendite ai minimi: il capitalismo globale alla prova finale

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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I valori di borsa crescono, nonostante le difficoltà dell'economia reale. Il Dow Jones ed il Nasdaq sono ai massimi, il Nikkei cresce, il Dax è in piena forma, ed anche Piazza Affari si difende. Ma cresce la distanza tra gli incrementi dei valori di Borsa ed i dati dell'economia reale: mentre i profitti delle corporation americane cominciano a calare per l'effetto di rivalutazione del dollaro, i salari non crescono e le rendite non sono mai state così basse. I fondi previdenziali e le assicurazioni sono incerte sugli investimenti da fare, mentre per le banche l'erogazione del credito diventa progressivamente meno conveniente. C'è chi spera nella ripresa ma chi teme che il peggio debba ancora arrivare.

Dalla più grave crisi finanziaria dopo quella del '29 gli Usa sono usciti con le ossa rotte: è stata duplice, prima quella del 2001 con lo scoppio della bolla di Internet e poi quella del 2008 con i debiti immobiliari subprime. Un'unica crisi, interrotta da una finta ripresa. Il debito pubblico statunitense, in quindici anni, è raddoppiato: oggi sfiora il 100% del PNL. Vero è che la disoccupazione è ritornata al 5,5%, grazie al deficit federale ed al denaro pompato dalla Fed: ma la gran parte delle riassunzioni è avvenuta a part time, a metà salario. C'è una gran parte di occupati che sono “lavoratori poveri”, persone che hanno bisogno della assistenza sociale per andare avanti. Le tasse pagate dagli americani sono aumentate, ma servono per una buona metà a finanziare le spese per la difesa e per il resto a sostenere i programmi di assistenza sociale, mai così diffusi e generosi. Per il resto, gli americani si pagano tutto, dalla sanità resa obbligatoria con l'Obamacare alla istruzione, dai trasporti alla previdenza.

Sta cambiando il mondo: pochi lavori, abbastanza ben pagati, vengono tassati per garantire la sopravvivenza di una moltitudine crescente di lavori marginali, ancillari, a bassissimo valore aggiunto. In genere, vengono chiamati McJobs: erano i pochi soldi che una volta servivano ai ragazzi che studiavano al college, e che ora sono contesi dai cinquantenni licenziati dopo la crisi. E' finita l'epoca del denaro facile, America: a fine 2013, ancora 47 milioni di cittadini beneficiavano dei programmi di assistenza alimentare.

Concentrarsi ancora sul tasso di disoccupazione è una sciocchezza: basta un'ora di lavoro settimanale per entrare nelle statistiche di chi ha un impiego, anche se il salario è talmente misero da render impossibile la autosufficienza.

Il lavoro americano si è spostato: prima in Messico negli anni Ottanta, poi in Cina, India e Viet-Nam a partire dagli anni Duemila: la competizione salariale nel settore manifatturiero è impossibile, mentre i servizi sono sempre più jobless. I computer stanno sostituendo progressivamente milioni di posti di lavoro, con una polarizzazione piramidale inversa: anziché avere una società dei “2/3”, quella tradizionalmente basata sulla middle class predominante in cui solo il terzo residuo era emarginato dal benessere, ora c'è solo un terzo della società che lavora e viene tartassato per mantenere la restante popolazione. Il lavoro è sparito: quello manuale, la Old Economy è emigrato; quello del terziario si è ridotto progressivamente per via della innovazione tecnologica.

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