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Martedì 6 Dicembre 2016, ore 18.51
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Biada, carote & bastoni

Dopo aver tanto compiaciuto i poteri forti, il governo Renzi ora è sotto tiro

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Non è cambiato il vento, sono le quinte del teatrino che vengono giù, una ad una. Sulla legge di Stabilità si è scatenata la bufera. Ma non è stato il centrodestra, né il M5S ad aver dato fuoco alle polveri.

E' stato Mario Monti, in una intervista televisiva, ad andare giù durissimo, come sa esserlo quando vuole bocciare senza rimedio una impostazione diametralmente opposta alla sua: la proposta del governo Renzi cerca il consenso a tutti i costi; pregiudica i sacrifici fatti finora per risanare le finanze pubbliche e soprattutto mette in difficoltà Mario Draghi che sta spendendo e spandendo liquidità in tutta Europa per comprare titoli di Stato, per abbassare i tassi di interesse e gli spread sul debito pubblico. Anche su Repubblica, la testata che tanto si è battuta a favore di Matteo Renzi, compaiono articoli durissimi.

Dopo l'ultimo intervento del Governatore della Bce, in cui prennunciava che il Qe potrebbe essere prolungato e rafforzato se necessario, il differenziale tra i BPT italiani ed i Bund è sceso addirittura sotto quota 100: se i governi che devono mettere i conti in ordine non approfittano della bonaccia di questi mesi, vuol dire che hanno ragione coloro che sostengono che bisogna mazzolarli duramente, senza respiro, finché non hanno finito di fare i compiti a casa.

Ed in effetti, il disegno di legge di Stabilità che approda finalmente al Senato per la prima lettura, prevede un aumento del deficit rispetto a quanto programmato con il Def presentato a primavera; rinvia al 2018 il pareggio strutturale del bilancio, peggiorando di 3/10 di punto il livello già raggiunto; rinvia ancora la spending rewiew e sposta al 2017 ed al 2018 le clausole di salvaguardia che erano già state previste per l'anno prossimo, con aumenti dell'Iva da far paura. L'aliquota ordinaria arriverebbe al 25%!

Occorre analizzare con cura l'azione del governo Renzi: al padronato confindustriale ha offerto biada e carote, dando seguito alle richieste di abolire l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Per invogliare le imprese ad assumere con il nuovo contratto di lavoro “a tutele crescenti” (nel senso che, nel caso di un licenziamento senza giusta causa, il lavoratore ha diritto ad una indennità di licenziamento crescente con l'anzianità) ha addirittura inserito una serie di corposi vantaggi contributivi. Tutti i dieci mesi fin qui trascorsi del 2015 sono stati caratterizzati da una guerricciola sui numeri degli occupati: se in più o in meno rispetto al mese prima ed all'anno precedente, con saldi negativi o positivi tra contratti cessati e nuove assunzioni, tra rinnovi e conferme. I dati dell'occupazione nel 2015 sono stati drogati dagli incentivi fiscali alle assunzioni, come quelli dei consumi delle famiglie sono stati sostenuti dal “bonus 80 euro”.

Così come aveva fatto nel 2014, quando il bonus fu incassato con il primo stipendio successivo alle elezioni europee, quest'anno il governo Renzi si è giocato la faccia con il Job Act: gli è andata benino, visto che la previsione di crescita per il 2015, il +0,7% è stata rispettata. Si dice che sia stato merito della svalutazione dell'euro, del crollo del prezzo del petrolio e dei tassi rasoterra decisi dalla BCE. Stavolta, la mossa demagogica sarebbe l'eliminazione della Tasi sulle prime case: Renzi ha fatto suo il cavallo di battaglia del centrodestra nella campagna elettorale del 2013. E pazienza se i proprietari di ville e castelli dovranno continuare a pagare.

La verità è che questo andamento del PIL non basta per stabilizzare il rapporto debito/PIL, né tantomeno a farlo scendere. Secondo il Def per il 2014, il primo presentato dal governo Renzi, il rapporto doveva iniziare a scendere nel 2015. L'obiettivo non è stato raggiunto, ed ora si prevede che la riduzione comincerà nel 2016.

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