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Domenica 25 Settembre 2016, ore 00.48
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Wall Street tifa per Bloomberg

Presidente degli Usa o degli americani?

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
C'è l'America e gli americani: da una parte le corporations, le multinazionali, le grandi banche, che hanno interessi globali, come la politica estera e militare di Washington; dall'altra parte i cittadini americani, con i loro problemi quotidiani, come in tutto il resto del mondo.

Dalle primarie in corso per la designazione dei candidati alla Presidenza degli Usa emergono dati preoccupanti per Wall Street.

Innanzi tutto c'è una forte radicalizzazione dell'elettorato. In campo democratico, nei primi due test dell'Iowa e del New Hampshire ha vinto un anziano senatore del Vermont, Bernie Sanders, un socialista dichiarato che parla di lavoro e non di assistenza sociale o peggio ancora di reddito garantito: della elemosina pagata con le tasse degli lavoratori non sa che farsene. Chiede una politica esattamente opposta a quella dell'Amministrazione Obama, accusata di aver fatto diventare i ricchi sempre più ricchi ed i poveri sempre più numerosi. Ha solo tartassato coloro che lavorano per assicurare un minimo vitale ai disoccupati, senza mai intaccare gli interessi di Wall Street. Questo è il primo campanello di allarme. In campo repubblicano, poi, vince chi dà voce alla middle class, che paga ancora gli effetti della crisi finanziaria del 2008: anche qui, coloro che erano stati licenziati il più delle volte sono stati riassunti a tempo parziale e per questo guadagnano la metà di prima. Solo così il numero dei disoccupati è sceso ai livelli pre-crisi, ma è una beffa. Ecco perché Trump fra i repubblicani, così come Cruz fra i democratici, sono stati vincenti: intercettano il consenso diretto, dal basso, e fanno sfoggio di insofferenza verso l'establishment di Washington. Questo è un altro segnale di pericolo per Wall Street.

C'è poi una palese sconfitta delle figure politiche tradizionali: Hillary Clinton da una parte e Jebb Bush dall'altra non suscitano alcun entusiasmo. Proiettano di sé una immagine sdoppiata: è comunque un ricordo del tempo passato, di guerre costose ed inutili, della America globale che si interessa solo del big business, della superpotenza che mira al potere politico e militare e non al benessere dei cittadini. Le sconfitte della Clinton e di Bush generano così a Wall Street timori ancora più profondi di quanto non ne susciti la inconsistenza dei vincitori.

C'è un terzo punto: i media tradizionali sono strumenti incapaci di orientare il consenso politico. La televisione è un soprammobile, le immagini sul suo schemo sembrano le riprese di un acquario: sempre gli stessi pesci che girano intorno, sempre lo stesso sfondo, finto come le alghe di plastica. La democratizzazione dei social media rende impossibili le vecchie campagne politiche, basate sugli slogan ripetuti a martello, invariabili per mesi: tutto questo spiazza la grande stampa guidata da Wall Street. Anzi, il fatto che i candidati alle primarie vengano giudicati dai media tradizionali in base alla capacità che avrebbero, una volta eletti, di confrontarsi con i problemi globali ed alle sfide internazionali con cui un Presidente americano deve misurarsi quotidianamente, dimostra l'assunto: l'America e gli americani rappresentano sfere di interessi distinti e forse neppure convergenti.

Gli americani sono stanchi di passare da una crisi all'altra, da una guerra all'altra. Ritengono che la globalizzazione economica sia servita a fare diventare ancor più ricche le multinazionali americane ma sempre meno prosperi i cittadini statunitensi: portano il lavoro via, all'estero, e dove pagano le tasse non si sa.

Forse è vero l'esatto contrario: i cittadini americani beneficiano alla grande della forza del dollaro, importano più di quanto esportano, e vivono a debito. Ma è ancor più vero che le tasse che pagano servono per la gran parte a mantenere forze miliari che presidiano il mondo intero, che proteggono la libertà dei traffici sui mari: molto semplicemente, tutelano gli interessi delle multinazionali americane. Il resto delle tasse non va in servizi per tutti, ma in assistenza per i poveri: il lavoro non è nella manifattura ma nel terziario di basso livello, nel lavoro ancillare del bar tender e del restaurant waiter.

I cittadini americani hanno chiaro ciò che vogliono dal prossimo Presidente: meno tasse da un repubblicano, più lavoro da un democratico. Pretendono più attenzione agli interessi di Main Street e meno a quelli di Wall Street.

Michael Bloomberg ha già dichiarato che valuta la prospettiva di candidarsi: avrebbe a disposizione un miliardo di dollari per la campagna elettorale.

Wall Street si sente rincuorata. Se Hillary Clinton non ce la fa, all'America del big business serve comunque un suo Presidente. E gli americani?

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