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Sabato 3 Dicembre 2016, ore 18.42
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Banca universale? Basta pasticci!

Il sistema bancario ormai non cresce, si gonfia. E scoppia

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

Dobbiamo essere franchi, perfino brutali: il modello della banca universale non regge, soprattutto nell'epoca della copertura finanziaria dei rischi.

La banca di deposito nasce storicamente, a fine Ottocento, con uno scopo ben preciso: raccogliere il risparmio precauzionale dei cittadini, per mobilitarlo a fini sociali e produttivi. Anziché lasciare che il denaro dei risparmiatori rimanesse a giacere, infruttifero ed infruttuoso, dentro il materasso o sotto un mattone, gli istituti locali come le Casse di risparmio, lo accettavano in deposito, ritirabile a vista, utilizzandolo per concedere piccoli prestiti e per erogare credito agli artigiani ed alle imprese commerciali, per finanziare il circolante. Il credito serviva per comprare i prodotti da trasformare, e per anticipare il pagamento delle fatture.

Le banche più grandi finanziavano gli investimenti delle imprese e ne sottoscrivevano quote di capitale. La gran parte, In Italia, in Europa ed in America furono travolte dalla grande crisi del '29. Sin dal Glass-Steagall Act americano del 1933, e della analoga legislazione bancaria italiana del ‘36-'38, furono separate le attività di credito commerciale da quelle di investimento. Questo regime di separazione è saltato un po' alla volta, a partire dai primi anni Ottanta, dapprima nella Gran Bretagna di Margareth Thatcher e poi nell'America di Reagan, Bush e Clinton: le banche commerciali entrarono nel grande giro della finanza, e le banche centrali cominciarono ad essere responsabili di eventi finanziari rilevanti. A mano a mano che le banche si esponevano con investimenti in Borsa, ogni tracollo imponeva di rifinanziarle: cominciò l'epoca della Greenspan-put, dal nome del Governatore della Fed che non ci pensava due volte ad immettere liquidità ad ogni crisi, dovunque nel mondo si verificasse.

Dopo la crisi del 2008, determinata dal fallimento della Lehman Brothers, gli Stati sono intervenuti per salvare le banche, come già fecero dopo la crisi del '29. Ma invece di rimettere in piedi la vecchia divisione che aveva impedito per ottanta anni il ripetersi della grande crisi, ci siamo baloccati con una serie di accordi volti a rafforzare il capitale bancario, creare buffer di liquidità, stabilire criteri per la valutazione del rischio.

Non ci si è resi conto che ormai le banche fanno ben quattro mestieri insieme: erogano credito commerciale alle imprese e fanno prestiti personali; concedono prestiti a medio termine volti a finanziare le imprese, entrando nel loro capitale; operano in Borsa e sugli altri mercati regolamentati come trader, in proprio; offrono attraverso i contratti derivati la copertura su ogni possibile rischio, da quello relativo all'andamento dei prezzi delle materie prime a quello dei cambi, dai tassi di interessi al default di ogni possibile soggetto, compresi gli Stati.

E' ovvio che, a questo punto, siano spesso vani gli sforzi fatti dalle Banche centrali per ravvivare l'economia immettendo liquidità attraverso le banche: è più facile che venga utilizzata per speculare in Borsa o per effettuare operazioni in derivati, piuttosto che per erogare credito e fare prestiti.

Ed ora, dopo il varo in Europa della Banking Union e delle direttive sul Bail-in, ci si accorge che le banche sono piene di rischi e che il capitale non basta.

Non c'è solo il Monte dei Paschi da ricapitalizzare, in Italia. Anche le banche tedesche sono in difficoltà.

Gli investitori si allontanano.

Bisogna aprire gli occhi e comportarsi di conseguenza: spacchettare le banche, distinguendo nuovamente i diversi segmenti di operatività e di rischio. Non si può fare insieme il credito commerciale, la banca di investimento, il trader sui mercati regolamentati e l'hedge fund.

La rana non può diventare grande come un bue: a forza di gonfiarsi, invece di crescere, scoppia.

Banche, basta pasticci!

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