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Venerdì 9 Dicembre 2016, ore 12.52
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Chi strozza l'economia

Credito a picco ed interessi sul debito pubblico

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

I dati sono quelli della Banca d'Italia: tra il giugno scorso e quello del 2015, mentre i depositi sono aumentati di ben 47 miliardi di euro, una somma pari a circa 3 punti percentuali di PIL, il credito è diminuito di 18 miliardi di euro, una cifra pari ad oltre 1 punto di PIL.

Non solo depositi e crediti non vanno di pari passo, visto che i primi aumentano mentre i secondi diminuiscono, ma il reddito risparmiato per ragioni precauzionali dalle famiglie non ritorna in circolazione. Questa si chiama “debt deflation”, che porta diritti alla peggiore forma di depressione, al default generalizzato dell'intero sistema economico. Le banche si comportano dunque molto peggio dello Stato, che è alle prese con un gigantesco debito pubblico.

Come l'Italia possa crescere in queste condizioni, è davvero un mistero.

Veniamo ai conti dello Stato. Anche qui, i dati sono quelli ufficiali, tratti dai Documenti di economia e finanza. Ebbene, per ridurre il debito pubblico si è adottata da oltre vent'anni la strategia dell'avanzo primario: in concreto, una parte delle entrate viene utilizzata per pagare gli interessi sul debito, mentre il deficit serve solo per coprire il residuo onere di interessi.

Nel 2016, l'onere per interessi è pari al 4% del PIL; la quota delle entrate destinata al pagamento di interessi (saldo primario) è dell'1,7% del PIL; mentre il deficit del 2,3% serve solo per pagare la residua quota di interessi. In pratica, gli Italiani si indebitano, ogni anno di più, solo per pagare una quota degli interessi sul debito in essere. Neppure un euro del nuovo deficit, il 2,3% del PIL, va in spese pubbliche. Al contrario, circa 28 miliardi di euro di entrate, l'1,7% del PIL (avanzo primario), non ritornano all'economia reale come spese pubbliche, essendo appunto destinate al pagamento degli interessi.

Facciamo quindi le somme.

Da una parte, c'è il bilancio pubblico che drena risorse all'economia reale: per pagare gli interessi su un debito pubblico gigantesco, non ritornano come spese pubbliche ben 28 miliardi di euro di somme pagate come tasse. Poi ci si indebita per altri 42 miliardi per pagare il resto degli interessi. L'economia, in queste condizioni, non potrà mai crescere: affondiamo lentamente, ma inesorabilmente.

Dall'altra parte, ora ci sono le banche che fanno di molto peggio: non solo hanno maggiori depositi, cresciuti in un anno di 47 miliardi, ma hanno ridotto il credito di 18 miliardi. Nel complesso, in giro ci sono 65 miliardi di euro in meno.

Facendo la somma, tra i 28 miliardi di saldo primario del bilancio pubblico che non vengono restituiti all'economia reale dallo Stato in quanto sono destinati a pagare gli interessi sul debito, ed i 65 miliardi di risorse sterilizzate nei bilanci bancari, si arriva alla stratosferica cifra di 93 miliardi di euro.

Il problema dell'Italia non è economico, di competitività, di salari troppo alti, ma di soldi che escono dal circuito economico. Niente consumi, niente credito, niente investimenti, niente crescita.

La recessione, fortemente voluta dagli ambienti industriali per aumentare i profitti riducendo i salari, è servita a far fallire centinaia di migliaia di piccole e medie imprese e creare milioni di disoccupati. Le tasse a manetta sulle case hanno messo sul lastrico le imprese di costruzioni ed immobiliari: così, finalmente, i risparmi degli Italiani vanno ai fondi di investimento, all'estero. Ora, sono spariti i precari a mille euro al mese, ed i lavoratori si accontentano anche di meno di 500 euro. Tutti pagati con il voucher, a ora; altro che i contratti a tempo indeterminato, a tutele crescenti.

Le banche si sono riempite di sofferenze, per via dei fallimenti a catena, e non erogano più credito, mentre lo Stato ha le mani legate dal debito.

E volete pure che l'economia cresca?

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