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Giovedì 21 Settembre 2017, ore 12.35
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Euro sì, Euro no

Un bilancio amaro a 15 anni dalla sua introduzione

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Ormai il tema non è più un tabù: aderire all'euro non ha portato bene né all'Italia né alla gran parte degli altri aderenti, ma esclusivamente alla Germania.

L'Euro è una moneta comune che rende impossibili quegli aggiustamenti valutari interni che tutti i paesi adottano in continuazione per correggere le proprie economie: gli USA hanno svalutato in continuazione il dollaro a partire dal 2000, fino a lasciarlo arrivare a quota 1,5 rispetto all'euro alla vigilia della grande crisi del 2008. La Cina ha messo per anni un blocco, detto peg, alla rivalutazione del remninbi rispetto al dollaro, usando le riserve in dollari accumulate con l'attivo commerciale per comprare titoli del tesoro americano. Ora compra asset in giro per il mondo, dalle terre in Africa ai porti ed alle industrie in giro per il mondo.

Anche la BCE, con il Quantitative easing, ha immesso liquidità per fare svalutare l'euro e rendere così più care le importazioni, al fine di riportare la inflazione al livello del 2% annuo. Così facendo, in un contesto di cedevolezza dei prezzi delle materie prime, ha ottenuto come unico risultato quello di agevolare le esportazioni dei paesi dell'Eurozona verso il resto del mondo. Conseguendo un risultato assurdo: mentre, in genere, si svaluta una moneta perché ha un disavanzo con l'estero, l'euro si svaluta nonostante la bilancia commerciale complessiva sia in attivo. Ma si tratta di una somma algebrica, in cui la Germania fa la parte del leone: è il Paese che si arricchisce di più con la svalutazione dell'euro, mentre gli altri rimangono appena alla linea di galleggiamento.

Ogni Paese tutela il proprio equilibrio interno, crescita economica in un contesto di tendenziale di piena occupazione a prezzi stabili e con la bilancia dei pagamenti correnti in equilibrio, attraverso la manovra del bilancio pubblico e della politica monetaria. Ma l'Eurozona è composta di Paesi con strutture economiche e condizioni diverse: ciò che va bene per uno può non andare bene agli altri.

Prima, con il Trattato di Maastricht, sono stati messi vincoli al deficit ed al debito pubblico, lasciando libero il debito dei privati e quello internazionale delle banche di crescere a dismisura.

Poi, con l'introduzione dell'euro, sono stati possibili disavanzi strutturali delle bilance dei pagamenti, come nel caso della Grecia o del Portogallo, che senza l'euro avrebbero portato ad una immediata svalutazione delle rispettive monete nazionali.

E' stato sottolineato da Paolo Savona e da Giorgio La Malfa, in una lettera aperta pubblicata dal Corriere della Sera il 27 dicembre scorso, intitolata “Berlino deve riflettere sul futuro dell'euro”, che l'euro ormai non è altro che un regime di cambi fissi, che ha favorito e continua a favorire la Germania. Se questa ultima avesse mantenuto il marco tedesco, avrebbe dovuto rivalutarlo in modo consistente e ripetuto riequilibrando così la sua bilancia commerciale, che invece ha accumulato oltre 1.200 miliardi di attivo a partire dalla introduzione dell'euro. In pratica, la Germania vende all'estero ma non compra dall'estero per un ammontare corrispondente: praticamente esporta disoccupazione. Se non vendesse in questa misura, avrebbe infatti milioni di disoccupati. Ma non comprando dall'estero, fa sì che negli altri paesi che importano dalla Germania ci siano milioni di disoccupati.

Il fatto è che l'euro non solo ha reso e rende impossibili gli aggiustamenti delle ragioni di scambio all'interno dell'Eurozona, ma ora la svalutazione determinata dalla politica monetaria della BCE, avvantaggia ulteriormente la Germania, che è arrivata ad avere un attivo commerciale record nel 2016, superiore all'8% del PIL.

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