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Mercoledì 28 Giugno 2017, ore 18.09
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Trump: Ultimatum alla Germania

Deve riequilibrare i conti con gli USA, con l'euro o senza

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

Donald Trump le idee in testa ce le ha chiare: gli Usa non possono più fare la locomotiva del mondo, comprando a debito.

Sono diventati i primi debitori del mondo: la posizione finanziaria netta americana che era attiva per oltre 238 miliardi di dollari nel 1982, si è andata deteriorando continuamente. A fine 2015, il debito netto verso il resto del mondo ammontava alla stratosferica cifra di 7.281 miliardi di dollari. L'America compra più di quanto vende: paga in dollari che vengono reinvestiti sempre negli Usa dai Paesi esportatori netti, come la Cina, il Giappone, la Germania ed i Paesi petroliferi, per evitare che il dollaro si svaluti.

La bilancia americana dei pagamenti correnti non riesce a riequilibrarsi: dai -5,5 miliardi di dollari del 1982 è arrivata al catastrofico deficit di 807 miliardi di dollari nel 2006. Con la crisi, ha ridotto il deficit fino a 366 miliardi nel 2012, ma da allora con la ripresa interna è nuovamente peggiorato: -463 miliardi nel 2015.

Con la svalutazione dell'euro, decisa dalla BCE per far crescere l'inflazione attraverso il maggior costo delle importazioni, l'import americano è cresciuto, insieme alle esportazioni europee. La crescita americana è rallentata a mano a mano che è stato più conveniente importare le merci dall'estero e che la produzione in dollari è divenuta comparativamente più cara.

La prospettiva di un aumento dei tassi di interesse da parte della Fed invoglierà ad investire in dollari, per ottenere un miglior rendimento. Il dollaro si rivaluterebbe e per la produzione interna degli Usa sarebbe un ulteriore colpo.

Alle multinazionali americane il sistema della delocalizzazione va benone: costruiscono le fabbriche dove il lavoro costa meno, dal Messico alla Cina, e poi vendono nel resto del mondo e negli stessi Usa, facendo utili stratosferici. Il governo americano, finora, ha sostenuto questo modello di crescita, che si è inceppato per via della insofferenza di larghi strati della popolazione: i disoccupati ed i precari sono scontenti, perché vorrebbero un lavoro ben pagato e non la assistenza sociale; quelli che lavorano, si vedono tartassati, con il prelievo fiscale che cresce in continuazione per fare guerre in giro per il mondo e per pagare la assistenza ai disoccupati.

C'è uno squilibrio che va superato: i Paesi in attivo strutturale, come la Cina, il Giappone e la Germania, si devono mettere in testa che non possono solo vendere negli Usa ed arricchire le loro industrie ed i loro investitori. Devono alzare i redditi interni, aumentare la domanda e pareggiare i conti con gli Usa.

La Germania, in particolare, si fa scudo di un euro sottovalutato per sbaragliare la concorrenza. Il Qe di Draghi è servito solo a far girare a pieno ritmo le fabbriche tedesche: il 2016 si è chiuso con un surplus commerciale dell'8,6%. Tutti soldi che entrano nelle tasche delle imprese tedesche, ma non dei loro operai. Lo Stato tedesco incassa maggiori tasse su questi utili, ma non ne approfitta per ridurre la pressione fiscale o per aumentare le spese per investimenti.

La Cancelliera Angela Merkel ha alzato le spalle: ha affermato che non è colpa della Germania se la BCE ha fatto svalutare l'euro. Il suo merito, invece, è di fabbricare prodotti apprezzati in tutto il mondo a prezzi competitivi.

Deve essere chiaro, una volte e per tutte: con Trump, gli Usa non stanno sostenendo il protezionismo, nel senso che vogliono sbarrare la porta alle importazioni della Cina, del Giappone o della Germania. Al contrario, stanno chiedendo a questi Paesi che esportano in America più di quanto importano, di comprare di più in America: basta distribuire il surplus accumulato dalle imprese esportatrici aumentando i salari o diminuendo le tasse.

E' una posizione sensata, che non danneggerebbe nessuno.

L'epoca del mercantilismo si sta chiudendo: non sta in piedi un sistema in cui le imprese americane delocalizzano, accumulando enormi profitti, mentre il Paese intero si indebita verso l'estero.

Anche i Paesi che hanno una bilancia dei pagamenti in attivo devono contribuire alla crescita mondiale: devono comprare di più.

L'ultimatum di Trump alla Germania è chiaro e forte: non può continuare ad accumulare attivi colossali, mentre gli Usa ed il resto del mondo si indebitano.

Il problema non è l'euro in sé, ma l'uso che se ne fa. Euro o no, il tempo è scaduto.

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