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Ammanettati e inchiodati

Come si distrugge l’Italia con il Fiscal Compact e le normative bancarie

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

A tutti coloro che fanno finta di non capire, bisogna spiegarlo ancora una volta.

Primo problema: il debito pubblico.

La disciplina fiscale ci è stata imposta, sin dalla metà del 2011, per rispondere alla furia dei mercati: anonimi poteri che hanno in mano la vita e la morte di qualsiasi emittente quando decidono di attaccare.

A scuotere i mercati era stata la paura del default del debito sovrano italiano. Tutti fermi, pavidi, a lasciare l'Italia sola mentre lo spread saliva. Anzi, faceva bene il mercato a punirci! Ma dove stava la BCE, dove era il suo scudo capace di difendere gli Stati dalla speculazione violenta? Non c'era. Tutto si doveva fare e si è fatto, un anno dopo, per difendere l'euro: “Whatever it takes!”.

Ma a che serve salvare una moneta se i popoli che la usano vengono depredati, vengono impoveriti, mentre i disoccupati aumentano e le imprese falliscono?

Fermatevi, dunque a riflettere.

Ma come si può pensare di far crescere la competitività di un Paese deflazionando i salari, per essere più concorrenziali all'estero abbassando il prezzo delle merci? I prezzi sono crollati, e così anche il PIL reale: niente stipendi, niente consumi. Degli effetti positivi sull'export non se ne è accorto nessuno, tranne le imprese che macinano profitti. Intanto, il rapporto debito/PIL è salito alle stelle.

Ma come si può mai controllare l'andamento del debito se i tassi di interesse vanno alle stelle?

Nel biennio 2012-2013 abbiamo emesso titoli di Stato a tassi elevati, che venivano sottoscritti dalle banche che ricevevano la liquidità dalla BCE, a cui davano, come collaterali, proprie obbligazioni cui lo Stato italiano aveva apprestato la sua garanzia sovrana. Un assurdo giro di carte che però faceva pagare allo Stato italiano, ed ai suoi cittadini, interessi del 5-6% sui titoli, mentre le banche prendevano la liquidità all'1%. Non è stata follia tutto questo? Non è stata una assurdità assoluta? Non è stata una decisione asservita ad una logica di demenziale distruzione del nostro Paese?

Il debito pubblico, che era il mostro da combattere, invece di ridursi si è ingigantito. La medicina che ci è stata somministrata è un veleno mortale.

Seconda questione: il sistema bancario.

Come si può, ora, accettare silenziosamente che le banche siano ammanettate? Oberate di sofferenze, frutto del crollo dell'economia reale, scientificamente progettato e protratto per anni, che devono essere svendute per far sfamare iene ed avvoltoi?

Con tutti i vincoli che ci sono, sul capitale, la liquidità, il rapporto con i rischi, le nostre banche sono imbambolate.

La raccolta bancaria complessiva è scesa dai 1.732 miliardi di euro del marzo 2015 ai 1.717 miliardi di marzo scorso, con le obbligazioni crollate da 450 a 332 miliardi. Sono aumentati invece i depositi liquidi, a vista ed a breve: è una base troppo instabile per poter erogare credito a medio e lungo termine. Il credito al settore privato, considerando le sofferenze lorde che rappresentano una area di perdita, è passato da 1.557 a 1.539 miliardi.

Come si può pensare che l'economia possa riprendersi in queste condizioni?

Ma può essere mai che ci si continui a baloccare con la questione dell'aumento dell'IVA o della riduzione del cuneo fiscale, senza capire che con le banche inchiodate non si va da nessuna parte?

Il decreto salva risparmio è stato convertito in fretta e furia, ma i tempi della ricapitalizzazione di MPS e delle Banche venete sono incerti. Tra Antitrust europeo e Vigilanza BCE si rimpallano i dossier, mentre il Tesoro italiano attende.

Ammanettati ed inchiodati.

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