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Martedì 27 Giugno 2017, ore 05.46
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Francia, una partita ancora tutta da giocare

Al primo turno, nessuna novità: solo voti identitari

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

Le elezioni presidenziali francesi vedono passare al secondo turno due outsider: Macron, ex ministro del governo Hollande, dimessosi per formare un suo movimento, “En Marche!”, e Marine Le Pen che proviene dalle fila del Front National, ed ha fondato un movimento nuovo per lanciare la sua candidatura all'Eliseo, “Au nom du Peuple”.

Il voto al primo turno ha rispecchiato i pronostici, compresa la rimonta del candidato di sinistra Mélenchon, che ha sottratto una grande quantità di consensi all'esponente socialista Hamon. In pratica, il bacino di voti è rimasto invariato, ma il voto si è spostato radicalmente sul candidato più di sinistra.

Nessuna sorpresa neppure per Francois Fillon, il candidato presentatosi per la lista “Les Republicans”, il nuovo nome del movimento gollista: nonostante mesi e mesi di attacchi per una serie di vicende personali, per aver assunto la moglie ed i figli come assistenti parlamentari e per aver accettato abiti costosi in omaggio, il suo consenso era stimato al 20%, e quello è stato.

I francesi sono rimasti ancorati ad un voto di stretta appartenenza: non c'è stato nessun calcolo di voto utile. Il candidato favorito dall'establishment, Macron, ora deve puntare tutto sulla confluenza dei voti destinati agli altri candidati, che infatti già hanno invitato i propri elettori a votarlo. Si ripeterebbe così la formazione di un fronte repubblicano per ostacolare la candidatura di Marine Le Pen.

Tutto sembra scontato, ora, la ripetizione pedissequa del confronto che anni fa vide scontrarsi il padre di Marine Le Pen, Jean Marie, leader del FN, ed il gollista Jacques Chirac. Vinse quest'ultimo, con un sonoro 80% a 20%.

Le reazioni della stampa e dei mercati sono improntate all'ottimismo, perché temevano che il consenso per Marine Le Pen potesse superare quello nei confronti di Macron.

Ci sono altri aspetti di incertezza che non vanno sottovalutati.

Primo: il voto per Mélenchon, ad esempio, è stato di protesta, e ben difficilmente si dirigerà al secondo turno verso un candidato come Macron, che è così vicino al padronato. Ma ce li vedete, voi, i milioni di cittadini francesi che hanno scioperato e manifestato per mesi contro le riforme volute dall'allora Ministro dell'economia Macron, promotore di quello che fu soprannominato il Job Act alla francese, andare a votare per il Presidente amico degli industriali?

Secondo: ben difficilmente gran parte dei gollisti, che non vedono assolutamente di buon grado le politiche filo europeiste di Macron, si lasceranno convincere. I gollisti sono sempre stati distanti anni luce dalla cessione di sovranità all'Europa, che invece sta tanto a cuore a Macron.

Ma ce li vedete voi, i milioni di gollisti che sfilano col Tricolore, simbolo della Nazione, andarsi ad intruppare con Macron, che favorirebbe ulteriori cessioni della sovranità nazionale a favore della Unione Europea?

Nelle prossime due settimane si aprirà il confronto vero, fra i due candidati al ballottaggio. Emergeranno due visioni completamente opposte dalla Francia, del suo futuro, delle politiche economiche che dovranno essere adottate.

Si toccheranno i temi cruciali, della disoccupazione e delle desertificazione industriale, del ruolo dello Stato in economia, dell'immigrazione clandestina e della sicurezza. Si discuterà dell'Europa, dell'euro, del futuro.

Ne sentiremo delle belle. Solo allora i francesi decideranno davvero, oltre le identità e le appartenenze, per chi votare.

In Francia, la partita è ancora tutta da giocare.
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