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Mercoledì 26 Luglio 2017, ore 16.53
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Banche venete: un altro buco nel vuoto

Narrazione ottimistica e drammatica realtà

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
Abbiamo trascorso almeno gli ultimi tre anni a discutere inutilmente di salvataggi bancari, di responsabilità pregresse, di soluzioni di mercato e di aiuti pubblici, senza concludere nulla. Il risultato è che stanno aumentando a dismisura i costi per i contribuenti, i danni per la reputazione dell’intero sistema bancario italiano e quelli per l’intero sistema economico.

Dopo aver chiuso il buco delle Banche venete, con un costo per lo Stato che potrebbe arrivare a 17 miliardi di euro, nessuno sa dire che cosa ne sarà per il Monte dei Paschi di Siena e per gli altri Istituti in crisi. Tutti festeggiano per lo scampato pericolo, senza guardare avanti.

Siamo di fronte alla evidente incapacità di gestire l’ultima e più profonda crisi italiana, quella del suo sistema bancario, dopo la crisi acuta che ha colpito il debito pubblico nel biennio 2011-2012 e quella ancor più lunga che dilania il nostro sistema economico, con una competizione interna all’Unione europea che è stata ancor più devastante di quella dei Paesi emergenti, come la Cina.

Non si è voluto capire che le delocalizzazioni dei Paesi dell’Est europeo, da parte delle stesse imprese italiane, avrebbero progressivamente demolito un sistema economico basato sulle piccole e medie imprese, molte delle quali collocate nel Nord Est, ed in particolare nel Veneto. Sarebbe entrato in crisi un modello manufatturiero, basato sulla subfornitura nei confronti dei colossi industriali, specie quelli tedeschi.

La delocalizzazione è stata per anni una risposta difensiva: le piccole e medie imprese italiane andavano a produrre dove vi erano condizioni fiscali, normative e salariali più convenienti rispetto a quelle interne: dalla Romania alla Bulgaria, dalla Croazia alla Polonia. In Italia rimanevano i capannoni vuoti, ma la sensazione era quella di una ricchezza che continuava comunque ad affluire, per via delle relazioni personali.

La recessione economica del 2008-2009, e poi quella che ha colpito soprattutto l’Italia negli anni 2012-2014, ha creato una situazione di stallo completo, a mano a mano che le difficoltà dei singoli imprenditori si sommavano, risalendo verso il sistema bancario.

In Veneto, ad esempio, forse nel 2018 si tornerà ai livelli di produzione del 2007, ma nel frattempo gli investimenti sono calati di oltre il 26%. La domanda estera non è riuscita a compensare il calo della domanda interna, e soprattutto ha inciso la chiusura del rubinetto del credito.

La situazione delle banche italiane è stata affrontata con strumenti normativi generali: per trasformare le Banche popolari da una parte obbligandole a quotarsi in Borsa; per consolidare in poche holding il sistema delle Banche popolari; per irrobustire il capitale disponibile; per accelerare la dismissione delle sofferenze creditizie.

Il sistema creditizio italiano è stato sottoposto ad un ulteriore, duplice stress: da parte dei media, che si sono concentrati sulle pecche delle gestioni bancarie, caratterizzate da favoritismi e comportamenti scorretti nel piazzamento delle obbligazioni a soggetti privi di un adeguato proflio di rischio; secondo, da parte del mercato, come reazione, c’è stata una forte contrazione della raccolta a medio termine e, come ulteriore conseguenza, una maggiore difficoltà nell’erogare credito.

Esattamente un anno fa, le due banche venete ora sottoposte a liquidazione coatta amministrativa, la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, avevano già bruciato tutti gli 8 miliardi di euro che avevano di capitale, e nel frattempo avevano perso 31 miliardi di depositi, tra raccolta diretta ed indiretta. L’intervento estivo del Fondo Atlante, con nuovo capitale di 3,5 miliardi di euro, non era comunque sufficiente: è cominciato, così, un altro anno infernale.

Secondo la Vigilanza bancaria europea, le due banche erano solvibili, ma occorreva una nuova ricapitalizzazione: per complessivi 6,4 miliardi. Quella preventiva da parte dello Stato, però, non poteva coprire l’intero ammontare, ma doveva fermarsi a 5 miliardi, perché altrimenti ci sarebbe stato, secondo la DG Competition della Commissione europea, un illegittimo aiuto di Stato. Era dunque necessario un intervento privato per 1,4 miliardi: ma nessuno li ha voluti mettere, né i soci del Fondo Atlante, né il Fondo di tutela dei depositi, né Banca Intesa.

Il governo italiano non se la è sentita di forzare la mano, perché la Bce avrebbe potuto imporre di sterilizzare nei bilanci delle due Banche venete questa quota dell’apporto del capitale statale per via del rischio di doverla restituire nel caso di infrazione alla normativa sugli aiuti di Stato.

Insomma, abbiamo perso un anno cercando una soluzione di mercato che completasse l’intervento pubblico. Alla fine, il tempo è scaduto, e la Vigilanza europea ha avvertito l’Italia che le due banche "erano insolventi o sul punto di diventarlo": così, si è scatenata la bagarre.

Banca Intesa, a questo punto, ha proposto di rilevare la parte buona delle due banche per "un euro", lasciando tutti gli oneri allo Stato.

Si doveva evitare ad ogni costo una risoluzione disordinata delle due Banche Venete, ormai da anni nell’occhio del ciclone: questa è stata la motivazione del decreto legge con cui domenica 25 giugno il governo è intervenuto, optando per la loro liquidazione coatta amministrativa, a cui conseguirà una scissione in due entita.

Da una parte i liquidatori metteranno la parte buona, denominata Good Banck, in cui ci saranno i depositi e le obbligazioni senior nel passivo ed i crediti in bonis all’attivo, che saranno comprati da Banca Intesa al prezzo simbolico di un euro. Il capitale versato dal Fondo Atlante sarà invece azzerato, così come le obbligazioni Junior. Verranno invece salvate le obbligazioni senior e tutti i depositanti. Le sofferenze saranno conferite ad una Bad Bank.

Il conto per lo Stato sarà salatissimo, perché arriverebbe nella peggiore delle ipotesi a 17 miliardi: dovrà versare a Banca Intesa gli ammanchi derivanti dalle sofferenze; ci sono le garanzie a fronte di ulteriori rischi per crediti in bonis ad alto rischio e di controversie; ci sono gli oneri di ristrutturazione per l’esodo del personale e infine i contributi per le perdite delle precedenti gestioni.

Oltre mille imprenditori si sono suicidati per la crisi, con i picchi in Veneto e Campania: alcuni si sono tolti la vita per la vergogna, altri per la pressione dell’usura.

Banca Intesa ha fatto un ottimo affare: all’apertura della Borsa, il valore del suo titolo ha preso a volare. Ha esteso infatti il suo perimetro di attività senza alcun rischio. Lo Stato si è accollato oneri di ogni genere: tanto pagano i contribuenti.

Le Banche Venete sono state chiuse: un altro buco nel vuoto.





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