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Martedì 27 Settembre 2016, ore 12.36
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81 / Ha da passà 'a nuttata!

Gli "osservatori istituzionali" quali Censis, Istat, Ufficio Studi di Confindustria, Abi, ecc. provano a tirare le somme sull'anno in via di chiusura.

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
Come ogni anno, a dicembre, gli osservatori istituzionali quali Censis, Istat, Confindustria, Abi e Banca d'Italia provano a tirare le somme sull'anno in via di chiusura e, più in generale, sulla situazione del nostro Paese dopo sette anni di crisi. Il problema è che anche il bilancio relativo al 2013, forse ancor più degli anni passati, ha assunto le sembianze di un vero bollettino di guerra.

Ha iniziato il Censis che, nel suo 47° rapporto annuale, ha sottolineato il perdurare di una forte pressione sui consumi evidenziata, ad esempio, dal fatto che il 70% delle famiglie italiane ha assistito, nell'ultimo anno, ad una sensibile riduzione della propria capacità di spesa. Parallelamente, il documento ha denunciato anche l'incremento della vulnerabilità delle stesse famiglie visto che ben il 70% del campione esaminato ha dichiarato di trovarsi in difficoltà a fronte di una spesa imprevista anche di importo contenuto.

Questi dati, ovviamente, si collocano nell'onda lunga di una crisi caratterizzata da una rara profondità e da una capacità di mutazione senza precedenti (esattamente come i virus) che l'hanno di fatto resa resistente a tutti gli antidoti fino ad oggi iniettati. Significativi, a questo proposito, i dati presentati dall'INPS che evidenziano come il potere d'acquisto delle famiglie italiane, nel periodo 2008-2012 (il 2013 non ha certo contribuito a migliorare il dato) si è ridotto quasi del 10% con un trend in forte accelerazione visto che il 2012 è stato l'anno peggiore con un -5%.

Impietosa anche l'ultima fotografia scattata alla nostra situazione economica da Banca d'Italia che mostra, tra l'altro, come la ricchezza degli italiani sia diminuita del 9% dal 2007, in abbinamento ad un risparmio in continuo calo da ormai sette anni.

Più che cattivi, definirei tristi i dati evidenziati dall'ISTAT nella sua recente indagine "Reddito e condizioni di vita". Emerge infatti, nell'ambito del citato lavoro (dati 2012), come si stia ampliando la schiera dei "severamente deprivati", ossia degli italiani, non poveri, ma che scivolano progressivamente verso una situazione di disagio sociale. Ad esempio, il 21% di questi non può riscaldare adeguatamente la propria casa, il 14% ha arretrati su bollette, mutui ed affitti, il 17% non riesce a fare un pasto adeguato almeno ogni 2 giorni.

Questo dato, oltretutto, appare ancora più preoccupante in quanto si colloca nell'ambito di un trend fortemente negativo: il 33% degli italiani considerati fortemente deprivati nel 2012, non rientrava in questa categoria nel 2011. Tutti questi dati trovano compendio nella percentuale delle famiglie a rischio di povertà o di esclusione sociale che secondo l'ISTAT costituiscono, nel 2012, il 30% del totale con punte del 48% nel Mezzogiorno.

Infine, i dati dell'ufficio studi di Confindustria. Secondo l'Istituto sei anni di crisi con doppia recessione, inquadrabili in 15 anni di declino produttivo, hanno generato nel nostro Paese "danni di guerra" difficilmente sanabili quali una flessione del PIL del 9% dal 2007, una riduzione dei consumi dell'8% dal 1998, una riduzione degli investimenti del 30% dal 1994 ed un crollo della produzione industriale del 25% dal 1986. Se abbiniamo a questi dati una disoccupazione attestatasi al 12,5% nel 2013 ed una disoccupazione giovanile oltre quota 41%, dobbiamo dare ragione al direttore del Centro, Paolazzi, quando dice che dopo una simile catastrofe non si potrà parlare di una ripresa, ma piuttosto di una "ricostruzione".

Le previsioni per il 2014?
Probabilmente le cose andranno un po' meglio, tuttavia non si può trascurare il fatto che la crescita, per il nostro Paese, è ormai stimata dai principali osservatori istituzionali, nell'ambito di una striminzita forchetta compresa tra lo 0,4% e lo 0,7%. Solo il governo appare più ottimista con una previsione di crescita del PIL dell'1%, ma è anche vero che qualcuno ha calcolato che una crisi di governo, o comunque una grave instabilità politica, potrebbe "mangiarsi" da sola l'1% del nostro PIL!

Speriamo bene e, comunque, come dice il grande Eduardo: "Ha da passà 'a nuttata!!"
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