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Venerdì 9 Dicembre 2016, ore 08.47
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90 / Quel mutuo negato a Ben Bernanke

Qualche giorno fa è comparso sui quotidiani italiani un “sorprendente” articoletto su Ben Bernanke

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
Qualche giorno fa è comparso sui quotidiani italiani un “sorprendente” articoletto sul mitico ex presidente della FED Ben Bernanke, sicuramente uno dei protagonisti della scena finanziaria mondiale degli ultimi anni. In sostanza, si leggeva nell’articolo, l’ex presidente della Fed si sarebbe visto respingere dalla propria banca, senza tanti complimenti, una richiesta di rifinanziamento di un suo mutuo in essere. Più in particolare, le motivazioni alla base del “gran rifiuto” sembrerebbero connesse al fatto che i sistemi automatici di scoring della banca avevano percepito un aumento della rischiosità di Bernanke derivante dalla fine del suo incarico in FED e dal passaggio dallo status di lavoratore dipendente a quello di lavoratore autonomo. Il tutto indipendentemente da altre variabili, piuttosto confortanti, quali il fatto che l’economista, più o meno, percepisce attualmente 250.000 $ a discorso!

Ora, prescindendo dall’esattezza o meno dell’informazione riportata dalla stampa (qualche dubbio sui fatti narrati li avrei), comunque sia, l’accadimento si presta ottimamente a qualche considerazione di natura generale sul rapporto banca impresa e sull’utilizzo massiccio dei sistemi di rating da parte delle banche. Infatti, già da qualche anno, pressoché tutti i principali gruppi bancari europei ed extraeuropei utilizzano sistemi avanzati di rating sia per valutare l’affidabilità della potenziale clientela (in particolare imprese), sia per monitorare l’andamento della clientela acquisita. Anzi, a ben vedere, ormai il rating interviene sistematicamente anche nella sfera commerciale, fissando sia il pricing da applicare alla clientela sia l’accessibilità di quest’ultima ai diversi prodotti offerti.

Si tratta, in sintesi, di quel passaggio irreversibile dal “credito di vicinanza” (eccessivamente basato su criteri soggettivi legati alla “conoscenza” dei clienti) ad un credito basato su criteri più oggettivi fortemente voluto dalla vigilanza internazionale per evitare il ripetersi di quei pericolosissimi fenomeni di rischio sistemico di recente sperimentati (vedi Lehman Brothers & company).

Ma il punto da focalizzare è che non è affatto vero che la transizione in atto ed il conseguente massiccio utilizzo dei sistemi di rating finisca per svilire il rapporto relazionale banca – impresa (o banca- privato), anzi, al contrario, lo rende indispensabile per un corretto funzionamento del meccanismo di erogazione del credito. Infatti, non bisogna dimenticare che la funzione assegnata al “numeretto rating” è solamente quella di indicare la presunta presenza di anomalie sul soggetto esaminato, non quella di emanare sentenze “a divinis” immutabili ed insindacabili. Di conseguenza il rating non deve essere considerato come il punto di arrivo, ma come un semplice punto di partenza sul quale poggiare il successivo esame del gestore della relazione (ossia dell’”uomo”). In molti casi è proprio l’esperienza del gestore della relazione, la sua conoscenza del settore, la conoscenza dell’imprenditore e dei suoi programmi di investimento che impedisce al rating di interpretare male alcune situazioni o alcune variabili, finendo così per penalizzare l’azienda sotto esame.

Non ho dubbi che se nel caso di Ben Bernanke (o in uno simile, magari meno eclatante) fosse stato attivato un corretto rapporto tra la banca ed il cliente le cose sarebbero andate ben diversamente. Probabilmente il gestore della relazione sarebbe intervenuto per tempo a modificare (ovviamente in presenza di fatti concreti) il rating asetticamente indicato dalla macchina risolvendo così, a monte, “il contenzioso”.

In questo caso, però, io avrei perso un ottimo spunto per sottolineare l’importanza di non appiattire il rapporto tra la banca e la sua clientela su un “numeretto” che, ancorché di sicuro aiuto, è sempre il frutto di una “macchina” e dei suoi algoritmi.
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