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Domenica 11 Dicembre 2016, ore 14.54
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110 / Uno scenario sconfortante

Forse è opportuno soffermarsi un attimo sullo scenario economico-finanziario che farà da sfondo alle problematiche che ci attendono al varco

Andrea Ferretti
Andrea Ferretti
Economista e giornalista economico, docente al Corso di "Gestione delle Imprese Familiari" presso l'Università di Verona; collabora con l'Università Parthenope di Napoli e Roma 3 sugli Accordi di Basilea.
Forse, prima di riattivare dopo la pausa estiva il nostro osservatorio sull'evoluzione dell'attuale crisi, è opportuno soffermarsi un attimo sullo scenario economico-finanziario che farà da sfondo alle problematiche che ci aspettano al varco.

E qui sorgono subito i primi guai perché appare ormai evidente che anche nel periodo 2016–2017 non potremo contare, sia a livello europeo che a livello Italia, su di una crescita robusta e consolidata. Infatti, per quanto riguarda il nostro Paese, l'Istat ci avverte che il PIL relativo al secondo trimestre 2016 è rimasto immobile rispetto al trimestre precedente ed è aumentato di uno striminzito 0,8% rispetto allo stesso periodo del 2015.

Le conseguenze dirette di questo sconfortante trend sono due: la prima è che, al momento, la crescita “acquisita” per il 2016 è solo dello 0,7%; la seconda è che per rispettare il target di crescita dell'1,2% che abbiamo indicato alla Commissione europea, dovremmo assistere nei prossimi due trimestri ad una forte crescita, al momento assolutamente improbabile. Molto più probabile, a questo punto, che anche il 2016 si chiuda con una crescita” decimale”, probabilmente intorno ad uno 0,8/0,9 come, peraltro, previsto da tempo dal Fondo Monetario.

Da evidenziare, a questo proposito, che l'attuale calo degli indicatori di fiducia, sia dell'industria manifatturiera che dei consumatori, non fanno presagire proprio niente di buono per il finale del 2016. Oltretutto, spostando l'ottica a livello europeo, ci si accorge agilmente che l'Italia continua ad essere il fanalino di coda rispetto ai partners europei che, pur non brillando, evidenziano comunque una crescita su base annua più robusta rispetto alla nostra (Spagna +3,2%, Germania +1,7%, Francia +1,4%, GB +2,2%, Area Euro +1,6%).

Parallelamente, anche i recenti dati dell'Istat che evidenziano uno scivolamento dei prezzi al consumo in territorio negativo (-0,1% rispetto a Luglio 2015) appaiono decisamente preoccupanti. Infatti, trattandosi di una “deflazione cattiva” ossia determinata non da innovazioni tecnologiche, ma da una persistente stagnazione dei consumi, il dato in esame mostra tutte le difficoltà che stiamo incontrando nel tentativo di rimettere in moto il volano della nostra economia.

E' vero, peraltro, che questa decrescita dei prezzi registrata dall'Istat è anche influenzata dal prezzo del petrolio particolarmente basso, tuttavia bisogna evidenziare che, anche prendendo in considerazione solo l'inflazione core (ossia depurata dai prezzi energetici e dagli alimentari non trasformati), i prezzi dei beni al consumo permangono ugualmente troppo bassi e lontanissimi dai valori target ritenuti compatibili con una sana crescita dell'economia. A onor del vero, da questo punto di vista, le cose non vanno molto meglio a livello europeo dove l'andamento stagnante dei prezzi appare resistente a tutti gli stimoli monetari messi in atto da Mario Draghi e sempre più lontano dal target di inflazione fissato dalla BCE al 2%. A questo proposito, di recente, il capo economista della BCE Peter Praet ha dovuto ammettere che l'inflazione di fondo non mostra alcun segno convincente di rialzo e permane un grave motivo di preoccupazione.

Tornando a noi, il rischio è che il perdurare di questa crescita asfittica, ripercuotendosi sugli indicatori Debito/PIL e Deficit/PIL, ci possa complicare non poco la vita a livello europeo mettendo in discussione la nostra capacità di raggiungere gli obiettivi concordati in Commissione. Le conseguenze dirette sono essenzialmente due: la prima è il deterioramento della fiducia dei partners nel sistema Italia. La seconda, più grave, è l'indebolimento della nostra forza contrattuale nell'ambito del difficile tentativo di ottenere dall'Europa maggiore flessibilità di bilancio da destinare allo stimolo della nostra crescita. Il risultato finale è l'innesco di un circolo vizioso che, inevitabilmente, tenderà a rallentare ulteriormente l'uscita dalla crisi.

Il tutto senza considerare qui il fattore che, per eccellenza, è in grado di deteriorare qualsiasi scenario economico-finanziario: l'incertezza. Basterà citare, a questo proposito, le conseguenze del Brexit ancora tutte da esplorare, l'incognita del prezzo del petrolio che inizia a creare seri problemi a molti Paesi produttori (Venezuela, Brasile etc), i segni di cedimento del modello di sviluppo della Cina che coinvolgerà in maniera sempre più marcata i Paesi emergenti.

Per non parlare poi dell'ipotesi, ormai non del tutto fantascientifica, di un Donald Trump sul sacro soglio della Casa Bianca.

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