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Giovedì 29 Settembre 2016, ore 17.33
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Altro che privacy: proteggiamo i nuovi spazi pubblici digitali

Intervista a Francesco Pizzetti, Garante per la privacy, sul tema della protezione dei dati personali.

Massimo Rossi
"A volte, dopo sette anni trascorsi come Garante della Privacy, mi sembra che gli Italiani non abbiano capito nulla dei temi veri relativi alla protezione dei dati personali. Dipenderà, forse, da questo nome anglofono, ma spesso l'argomento è visto come un tecnicismo o un orpello giuridico, carico di mal tollerati gravami burocratici. Quando invece la tutela di informazioni sensibili dovrebbe essere un elemento imprescindibile delle nostre vite digitali e uno dei valori portanti della dimensione collettiva. Per raggiungere questo fondamentale obiettivo, l'Autorità da me guidata ha dovuto spesso assumere compiti di supplenza rispetto a inadeguatezze politiche".

E' quanto dice il Professore Francesco Pizzetti - in un'intervista esclusiva a Teleborsa - nel trarre il bilancio della sua lunga esperienza come Presidente dell'Autorità per la protezione dei dati personali.
Presidente Pizzetti, questo approccio culturale di maggiore respiro che lei delinea richiederebbe ampia condivisione, mentre le resistenze e le incomprensioni sono ancora molte.


"A parole, tutti sono a favore di misure di protezione adeguate. In concreto siamo ancora legati e, talora, prigionieri di una realtà analogica che non ci fa comprendere come l'esplosione delle tecnologie ict abbia creato innumerevoli piazze virtuali in cui la parte più intima delle nostre esistenze corre dei rischi di intrusione e appropriazione contro cui dobbiamo attrezzarci in modo nuovo. Se ognuno di noi, in forza delle tecnologie di cui si è dotato, è diventato un punto di snodo o una terminazione nervosa della rete globale, il concetto di sicurezza personale e del sistema economico e sociale va considerato in modo nuovo e più ampio".

Questo vale solo per i singoli cittadini o anche per persone giuridiche, corpi intermedi e strutture più complesse?

"La nostra Pubblica Amministrazione ha fatto progressi enormi, se solo penso che, quando arrivai, stentava persino a comprendere significato e ruolo del c.d. amministratore di sistema. La soddisfazione per il percorso fatto si accresce, poi, se consideriamo che la P.A. è prudente per definizione, si lavora per precedenti e che certe innovazioni, per vederle realizzate, richiedono - per dirla con Max Weber - che sia andato in pensione anche l'ultimo di coloro in servizio al momento della teorica introduzione. Certamente, i progressi più consistenti non si fanno con gli slogan e le parole d'ordine, ma avendo una visione complessiva dei fabbisogni e delle opportunità e dando vita a cambiamenti dei processi e a percorsi di re-ingegnerizzazione".

Lo stesso può dirsi per le imprese?

"Per queste - e me ne rammarico - la privacy è stata vista spesso come una firma nell'apposito spazio di un modulo o come un fastidioso impedimento a politiche commerciali dalle magnifiche sorti e progressive. Spero, tuttavia, che le nostre imprese siano consapevoli e, quindi, si attrezzino per il duplice salto cui sono ora chiamate. In primo luogo, di fronte alla pervasività dell'ict: tra l'altro, si renderà evidente come la comunicazione cartacea sia ormai recessiva, di fronte a dematerializzazioni e gestioni documentali più efficienti. In secondo luogo, per le opportunità offerte dal cloud che rende evidente l'importanza dei dati e della loro protezione: questo nuovo modello di architettura distribuita va governato in modo tale che i nostri imprenditori non debbano temere di perdere il controllo dei propri archivi o di dare in outsourcing alcune loro attività".

L'Italia però è in ritardo sulle nuove tecnologie.

"Dobbiamo recuperare. Non è tollerabile che un terzo del nostro territorio e il 41% della popolazione siano colpiti da digital divide. Stiamo attenti allo spread democratico. L'Agenda Digitale va messa al primo posto ed è la vera "grande opera" di cui abbisogna il nostro Paese; ben più che la pur necessaria TAV. Su questo fronte, bisogna correre come fulmini. Superare certi divari è un obbligo nei confronti delle aree territoriali svantaggiate, non solo del Meridione d'Italia; e, aggiungo, è ancor più un obbligo nei confronti delle nostre più giovani generazioni, verso cui, altrimenti, compiremmo l'ultimo e più grave tradimento".

Però, si va asserendo che gli sviluppi in corso nella telefonia mobile, i nuovi devices sempre più diffusi e le applicazioni correlate consentano di colmare certe carenze infrastrutturali.

"Non credo. La rete per la telefonia mobile è già sovraccarica; basta vedere come le stesse "pennette" non sempre funzionino. Vanno fatti i necessari investimenti, che non devono essere necessariamente pubblici. Alcune privatizzazioni, nonostante le migliori intenzioni, non sono state fatte al meglio, ma questo non può condannarci a un sempiterno mancato sviluppo; né ci si può continuare a nascondere dietro gli "interessi degli azionisti". Liberiamoci da certe camicie di Nesso, se non vogliamo pregiudicare definitivamente la competitività nostra e delle nostre imprese; recuperando, ove necessario, anche il concetto di interesse nazionale".

Lei sembra chiedere scelte di alto momento politico.

"Con le sole esperienze e competenze tecniche non si garantisce il futuro. La politica ci vuole e questa è fatta sia di mediazione che di decisione; l'eccesso dell'una o dell'altra non è mai positivo".

Un buon esempio potrebbe essere rappresentato dalla recente decisione sul c.d. beauty contest, per l'uso efficiente e la valorizzazione economica dello spettro radio e un assegnazione delle frequenze che rafforzi l'industria televisiva e il comparto tlc.

"Certo. Però meraviglia alquanto che occorrano ben 120 giorni solo perché il Ministero dello Sviluppo Economico emani il bando per la nuova gara. Anche senza considerare i mesi sin qui trascorsi, sono tempi da carrozza a cavallo che non ci possiamo più permettere".

Da questo punto di vista e, più in generale, della governance degli interessi pubblici e di una migliorabile efficienza dei processi regolatori, come giudica l'esperienza delle Autorità in Italia? Ogni tanto si torna a parlare di loro riforma o razionalizzazione.

"Certi discorsi che negli ultimi anni ho sentito fare su un ipotetico riordino delle Autorità mi sono sembrati segnati da molto provincialismo. Dobbiamo distinguere: vi sono Autorità a vocazione Europea, che si inscrivono anche a un livello ordinamentale sovranazionale e che sono parti imprescindibili del governo di issues che travalicano certi confini. Mi riferisco a Consob, Agcom, Agcm, Autorità Energia, noi stessi e, probabilmente, l'annunciata sui trasporti. Queste, da un lato, anche per l'ottimo lavoro svolto, sono ormai parti costituenti del processo decisorio pubblico; dall'altro, avendo ad oggetto materie assai diverse, non possono essere neanche tra loro omogeneizzate. Se no, ricorrendo ad una immagine plastica, si rifarebbe l'errore degli architetti dell'età umbertina, quando costruirono i ministeri della nuova capitale dell'Italia unita tutti uguali l'uno all'altro, a dispetto della finalità e dei compiti diversi".

Quello che senz'altro si può fare è uniformare le procedure di nomina dei board, oggi troppo disomogenee". E come dovrebbe essere il profilo ideale dei componenti di tali board delle Autorità?

"Dovrebbe trattarsi di personalità con prevalenti competenze tecniche e sensibili alle esigenze della propria società; professionalità capaci comunque di raccordarsi con la politica e con i livelli di governo e di rappresentanza democratica".

Un motivo di soddisfazione per il suo "settennato"?

"Avere visto crescere, mano a mano, l'attenzione sui temi della sicurezza e la gestione dei dati personali e avere assolto a un ruolo delicato, ricorrendo talvolta anche a un'attività pedagogica".

E uno di insoddisfazione?

"Essere stati spesso strattonati e tirati impropriamente in ballo su certe patologie prettamente italiane, connesse al perverso circuito della politica spettacolo e dell'informazione scandalistica".

Un ringraziamento?

"Oltre che alle Istituzioni, fonte della nostra legittimazione, direi alla struttura dell'Autorità Garante, che spesso, sottodimensionata e con dotazioni appena sufficienti, ha fatto miracoli".
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