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Martedì 6 Dicembre 2016, ore 18.59
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L'emergenza finanziaria è la stampella dello status quo

Per abbattere il debito pubblico italiano ci sono molte soluzioni.

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
Guido Salerno Aletta
Debito pubblico, spread, avanzo primario, inflazione, pressione fiscale, spesa pubblica, disoccupazione, reddito disponibile sono termini entrati nel lessico di ogni giorno. Per gli italiani, dal '94, il debito pubblico è pane quotidiano. Purtroppo, a causa della crisi finanziaria internazionale, siamo ritornati al punto di partenza: oggi, infatti, il rapporto tra debito e prodotto interno è risalito al 123%. Come nel gioco dell'oca.

Bisogna abbattere il debito. Visto che in Europa è prevalsa l'idea che la causa scatenante di tutte le instabilità dell'euro dipende dai debiti pubblici eccessivi, su cui i mercati finanziari speculano in continuazione, ed in considerazione del fatto che la BCE non può intervenire direttamente a favore degli Stati, al contrario di quanto fanno regolarmente la Federal Reserve americana, la Bank of Japan o Bank of England, è necessario confrontarsi a fondo su questo tema, perché le politiche che saranno adottare per ridurlo definiranno il nostro futuro: sociale, economico e politico. L'obiettivo del Fiscal Compact è di ridurre il debito pubblico eccessivo, la percentuale che eccede il rapporto del 60%, in quote costanti del 5% (1/20) l'anno nell'arco dei prossimi venti anni.

Cerchiamo di semplificare il ragionamento con cifre tonde, immaginando che tutte le variabili di crescita, inflazione, pressione tributaria ed interessi rimangano stabili: il PIL italiano si aggira sui 1.500 miliardi di euro, il debito pubblico sui 1.900 miliardi, gli interessi annui (al 4%) costano 76 miliardi l'anno, una somma pari al 5% del PIL. Se il debito pubblico massimo ammissibile è di 900 miliardi, pari al 60% del pil, questo significa che il debito eccessivo è di circa 1000 miliardi: ridurlo al ritmo di 1/20 l'anno significa destinare 50 miliardi ai rimborsi, un ammontare pari al 3,33% del PIL.

Se andiamo a verificare quanto è accaduto negli anni che vanno dal 1994 al 2007, il debito pubblico italiano è passato dal 121,8% al 103,6%: un ritmo di poco superiore ad un punto percentuale l'anno. Lo sforzo richiesto dal Fiscal Compact è pari ad oltre tre volte quello sostenuto dall'Italia nel periodo che va dal '94 al 2007, che è stato pagato con un differenziale negativo di crescita rispetto a tutti i partner europei.

Vero è che, a mano a mano che il debito viene rimborsato, l'onere per interessi diminuisce, ma è evidente che questi effetti positivi si collocano avanti negli anni, mentre nei primi la somma tra costo degli interessi e riduzione del debito sarebbe pari a circa 126 miliardi annui. Una cifra paragonabile al costo annuo del Servizio sanitario nazionale o all'intero gettito dell'Iva: una enormità.

Per abbattere il debito pubblico è necessario ricorrere a soluzioni diverse rispetto a quelle utilizzate finora.

Il primo obiettivo deve essere quello di italianizzare il debito, incentivandone fiscalmente l'acquisto e la detenzione fino a scadenza: visto che circa la metà del debito pubblico è sottoscritto all'estero, abbiamo assistito finora ad un deflusso di ricchezza interna impressionante che va arginato.

In secondo luogo, va effettuata una operazione di swap tra titoli di debito pubblico e titoli di proprietà di beni pubblici, mobiliari ed immobiliari, da conferire ad un apposito "Fondo patrimoniale degli Italiani": cittadini e banche potrebbero essere incentivati a restituire titoli, che hanno un prezzo di mercato inferiore al valore nominale, in cambio di quote di proprietà del Fondo. Non si tratta di una operazione di cartolarizzazione, né di una svendita del patrimonio pubblico, ma di una restituzione agli italiani di quanto è stato accumulato nel corso degli anni: un adeguato rapporto tra imposte pagate e quote del Fondo acquisibili ci garantirebbe dalla erogazione di una sorta di premio agli evasori, visto che molti hanno accumulato risorse finanziarie senza pagare imposte. Il solo "capital gain" tra la quotazione sul mercato dei titoli pubblici ed il loro conferimento al nominale sarebbe un incentivo rilevante. Soprattutto il sistema bancario italiano se ne avvantaggerebbe, perché ridurrebbe l'impegno di liquidità oggi sterilizzato in titoli di Stato a vantaggio dell'erogazione del credito all'economia. Da questa operazione si potrebbero ricavare all'incirca 300 miliardi di euro, una cifra corrispondente ad un terzo del debito pubblico eccessivo da abbattere. La riduzione dell'onere per interessi e degli spread derivanti dall'elevata mole di debito in circolazione assicurerebbero un risparmio rilevante per il bilancio pubblico.

Le operazioni che abbiamo descritto richiedono una grande credibilità fra i cittadini: chi le propone deve dare loro la certezza che la sarabanda delle spese senza controllo e della tassazione senza limiti cessi definitivamente. Il problema del debito pubblico è quindi antico, ed andrebbe curato in modo diverso dal passato, ma finchè i Governi non avranno il coraggio di riorganizzare la spesa pubblica per eliminare gli sprechi che sono sotto gli occhi di tutti, riordinare l'apparato amministrativo che ormai è elefantiaco, ed eliminare la congerie di norme che limitano ogni giorno di più la libertà dei cittadini e l'iniziativa economica, non avranno mai il consenso per operazioni straordinarie sul debito. Contineranno ad imporre tasse, sempre più alte, cervellotiche ed insostenibili.

Il debito pubblico e l'emergenza finanziaria continua sono state, da oltre venti anni, la migliore scusa possibile per non fare nulla, e per sottrarre senpre nuove risorse vitali alle famiglie ed alle imprese. E' l'unico modo che un sistema politico, sempre più autorefenziale, ha avuto finora per sopravvivere a se stesso: i mercati e la speculazione sono il suo più grande alleato. Così, l'Italia affonda.
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