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Mercoledì 28 Settembre 2016, ore 09.05
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Gervasoni: la finanza sia al servizio delle imprese

Intervista ad Anna Gervasoni, Direttore Generale AIFI, Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital.

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Dottoressa Anna Gervasoni, come Direttore Generale di A.I.F.I. - l'Associazione Italiana del Private Equity e del Venture Capital, lei è un osservatore privilegiato dei mercati finanziari. Com'è oggi il rapporto tra imprese italiane e private equity?

Positivo, nelle sue diverse articolazioni. Certo, domanda e offerta dovrebbero incontrarsi di più. Da un lato, gli operatori, sia di private equity che di venture capital, sono ancora troppo pochi; e i 130 attivi complessivamente fanno fatica a raccogliere capitali, soprattutto presso il "rubinetto" degli investitori istituzionali; consideri che mediamente, all'anno, da noi si effettuano poco più di 300 operazioni, contro le 2.000 in Francia. Dall'altra parte, le imprese denotano, in questo campo, una mancanza di cultura specifica, con proprietà che hanno paura ad aprire il capitale a soggetti terzi, soprattutto perché questo significherebbe maggiore trasparenza, predisposizione di piani di sviluppo chiari, cambi nella governance.

In quante aziende italiane sono presenti i Fondi private equity e quanto vi hanno investito?

Le aziende che attualmente vedono la nostra presenza sono più di 1.130. Considerando, poi, le tipologie di deals molto diverse (expansion, early stage, buy out, replacement, ecc.), il taglio medio dell'investimento e la permanenza nel capitale per circa 5 anni, si stima che il valore totale, valutato al costo d'acquisto, sia di 20 miliardi di euro.

E quant'è la liquidità attualmente disponibile?

Per valutare meglio il cosiddetto dry powder, dovremmo distinguere fra i tre principali segmenti di operatori: i fondi paneuropei muovono masse senz'altro consistenti, circa 10 miliardi di euro, ma quanto di questo possa concretamente essere indirizzato nel nostro Paese è una variabile difficile da precisare; quelli captive, poi, rappresentati essenzialmente dalle banche - come Intesa, ad esempio - pesano sempre di meno; se allora ci concentriamo sui fondi Italiani, per dare migliore consistenza alla valutazione, direi che la liquidità è valutabile intorno ai 7 miliardi.

Dopo il 2009 e il 2010, nel 2011 i Fondi Private Equity E Venture Capital registrano nuovamente rendimenti positivi, un rapporto cash in/cash out superiore all'unità e un incremento dei volumi investiti. Com'è stato possibile, data la situazione complessiva?

Tra il 2008 e il 2009 c'e' stata troppa improvvisa incertezza nell'economia reale e questo si è riflesso sui risultati. Successivamente, dal 2010, si è stati capaci di adeguarsi al mutato quadro macroeconomico, pur sempre problematico: si è fatta pulizia in molti portafogli, si è disinvestito in alcune partecipazioni, si è sbloccata in parte la liquidità, c'è stato soprattutto più coraggio e concretezza, predisponendo piani credibili e più riflessivi.

Previsioni sul 2012?

Sarà molto difficile fare meglio del 2011. Lo vediamo, concretamente, proprio in questi giorni di giugno, con la stagione assembleare e la presentazione dei risultati societari 2011.
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