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Giovedì 8 Dicembre 2016, ore 01.12
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Se le parole di Draghi pesano più della BCE

Gli interventi di Draghi hanno creato prima attese e poi delusioni: più dell'analisi economica serve la psicanalisi.

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
E' la seconda volta che il Governatore della BCE Mario Draghi parla a mercati aperti e li fa ballare. A Londra il 26 luglio scorso, in un incontro non ufficiale aveva affermato: "But there is another message I want to tell you. Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough." La Borsa italiana, che fino a quel momento aveva un segno negativo, è virata al rialzo: il Ftse Mib ha chiuso a 13.210 punti (+5,62%). Anche lo spread è sceso rispetto alla chiusura precedente, 518 punti, chiudendo a 473, dopo aver toccato anche i 523 punti nel corso della giornata.

Stavolta, parlando con i giornalisti al termine della riunione del Consiglio della BCE del 2 agosto, attesa in modo quasi spasmodico dopo l'annuncio, è successo il contrario: la Borsa è crollata, ma non dopo l'annuncio delle decisioni che hanno mantenuto invariate le misure sul tasso di riferimento. E' accaduto quando ha affermato che le sue parole a Londra erano state fraintese: l'indice della borsa italiana, che era stato positivo fino allora, è andato a picco con numerosi titoli sospesi per eccesso di volatilità: la giornata si è chiusa segnando un -4,20% per l'All share e -4,64% per l'Ftse Mib. Lo spread sul Bund che aveva toccato il minimo di 422 punti base ha toccato il massimo di 504 punti a cui ha chiuso.

Insomma, si rispetta il detto secondo cui i mercati sono sensibili anche al solo "aggrottar di ciglia" dei banchieri centrali. Si pone un tema fondamentale: le parole influiscono più delle decisioni. E le decisioni annunciate, oppure anche solo intuite sulla base delle parole pronunciate, creano attese che influiscono sul mercato molto più delle decisioni assunte. Sono attese razionali, assunte sulla base delle parole.

Il punto è che ormai ci sono tante riunioni e tante scadenze future che il mercato guarda più al futuro che alla realtà economica, quella dei numeri e dei risultati: attende segnali. Non sono profezie che si autoavverano, ma parole che divengono realtà: pietre. Su cui si costruisce e si inciampa, illusioni e delusioni.

Di volta in volta le scelte economiche si stanno spostando dalla realtà delle convenienze alla ipotesi di modificazione delle convenienze. Il mercato si turba più di un adolescente inquieto. Non sono i rumors della speculazione che lo fanno andare in altalena, ma anche le parole dei leader politici o dei banchieri dei Paesi "periferici", che vengono interpretate nella maniera più strana: guai ad affermare che si ha bisogno di aiuto internazionale perché sarebbe uno stigma. E' già successo con le operazioni di rifinanziamento straordinario decise dalla BCE: il solo fatto di annunciare che si sarebbe attinto alla liquidità era una implicita ammissione di debolezza, per cui si sarebbe stati colpiti dal mercato con una penalizzazione più forte rispetto ai vantaggi concreti che sarebbero derivati dalla operazione.

Ma negare l'aiuto, in evidenti condizioni di difficoltà è sinonimo di una debolezza ancor più grave: significa voler nascondere la polvere sotto il tappeto. Significa aver paura di adottare le misure di correzione strutturale che dovrebbero essere contrattate con il Fmi o l'Ue al momento in cui gli aiuti dovessero essere richiesti e concessi.

Gli annunci prevalgono sulle decisioni, ma in molti casi producono un valore opposto rispetto alla logica consueta. Più che l'analisi economica, servirebbe la psicoanalisi.
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