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Domenica 11 Dicembre 2016, ore 14.57
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Così si torna all'età della pietra

Morire di cancro o morire fame? Diritti in vendita al peggior offerente.

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
Morire di cancro o morire di fame? Diritti in vendita al peggior offerente.

La vicenda dell’Ilva di Taranto è solo un frutto marcio della globalizzazione: per essere competitivi non basta ridurre i salari, dobbiamo tornare all’età della pietra.

A festeggiare, se l’Ilva di Taranto chiudesse, sarebbero “non solo i cinesi ma anche i produttori di Germania e Francia, che sono assoggettati alle stesse regole che valgono per l’Ilva. Se si interviene sull’Ilva con l’approccio del gip di Taranto si crea una concorrenza sleale a sfavore delle imprese italiane”. Parole del Ministro dell’ambiente Corrado Clini. E ancora: “La situazione dell’Ilva rischia di creare un’incertezza su questo punto che riguarda l’intero sistema industriale italiano e l’affidabilità nei confronti degli investimenti esteri”. Le avesse pronunciate l’altro Corrado, il Corrado Passera Ministro delle Attività produttive e delle Infrastrutture, non avremmo avuto dubbi che tirava acqua al suo mulino. Ma se è il Ministro dell’ambiente a pronunciarle c’è da essere preoccupati.

Ormai il tema dei diritti, alla salute ed alla tutela dell’ambiente, è considerato una variabile della concorrenza: non è un valore in sé, ma relativo. Prima era solo il salario, poi il sistema previdenziale, ora sotto attacco c’è anche la salute e la tutela dell’ambiente. A Taranto, la scelta è una sola: maggiori tutele comporterebbero costi produttivi incompatibili con la concorrenza internazionale e se la Magistratura ritiene inaccettabili le attuali condizioni produttive per i danni che arrecano e decide di fermare gli impianti, il risultato è uno solo, disoccupazione ed importazioni dall’estero. Meno morti di tumore ma più disoccupazione in Italia, più occupati e probabilmente più morti di tumore nei Paesi produttori.

Abbiamo una globalizzazione dei prezzi, ma non quella dei costi: quale che sia il prezzo di una tonnellata di acciaio, sostanzialmente omogeneo a livello globale, i costi si differenziano a seconda del Paese produttore. In questo caso i costi del lavoro influiscono molto poco, mentre sono enormemente critici quelli energetici e quelli degli investimenti aggiuntivi a protezione della salute umana e dell’ambiente.

Chiudendo entrambi gli occhi, l’Occidente ha accettato passivamente il rimprovero mossoci dai nuovi giganti emergenti, Cina ed India in testa, secondo cui l’Occidente avrebbe inquinato da secoli l’embiente ed ora non ha alcun diritto di dettare legge agli altri Paesi che appena si affacciano sul mondo dell’industria. E così abbiamo aperto ai mercati, ben sapendo che milioni di posti di lavoro sarebbero andati in fumo per il social dumping, per via della differenza tra i salari. Ma adesso non basta più: se vogliamo tenere aperti alcuni impianti produttivi, non c’è alternativa: o si fanno investimenti colossali a protezione della salute e dell’ambiente, ed allora i costi di produzione salgono e l’acciaio così prodotto ha un prezzo fuori mercato, o ci si contenta di vivere alla giornata.

La soluzione, tecnicamente, ci sarebbe: all’Ilva, così come a tutti gli altri produttori italiani, si dovrebbero imporre tutte le soluzioni tecnicamente idonee per ridurre i danni ed i rischi per la salute e per l’ambiente, verificarne l’impatto sui costi della produzione, ed imporre alle importazioni dei prodotti realizzati senza adottare le medesime precauzioni una accisa dell’identico valore. Un calcolo per nulla complicato. Così facendo, salvaguarderemmo la salute ed avremmo una concorrenza leale su un piano di maggiore civiltà. Si aprirebbero però infinite polemiche, perché non si possono introdurre dazi o misure analoghe all’interno della Unione Europea, e perché solo l’Unione può definire i dazi verso i paesi terzi. E poi, naturalmente, ci sarebbe il Wto che contesterebbe la legittimità della misura.

La situazione è chiara: ci siamo costruiti delle regole in cui sul mercato i prezzi sono tendenziamente globali, e si va a produrre dove i costi sono più bassi. I diritti costano: istruzione, sanità, ambiente, giustizia, ma sono il senso stesso della nostra civiltà. Il mercato ritiene che siano beni collettivi superflui: preferisce l’età della pietra.
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