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Sabato 3 Dicembre 2016, ore 20.43
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Tutto fa mercato: il dentifricio delle regole e la maionese degli interessi

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
Ben Bernanke Fabbrica Italia non va avanti perché sono venuti meno i presupposti economici e le condizioni politiche su cui si fondava: in Italia il mercato dell'auto è tornato ai livelli di quarant'anni fa, e non c'è stata l'abrogazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. La Fiat era stata chiara, anche sulla revisione dei contratti nazionali di lavoro, tanto che alla fine è uscita da Confindustria.

"Si investe nei mercati che tirano e si resiste in quelli in perdita": detta così, non solo è una ovvietà ma sarebbe ben difficile sostenere il contrario. Il mercato americano va bene, ed è giusto che lì si facciano gli investimenti. In Europa si lavora in perdita, che viene coperta con i profitti realizzati altrove. E' la verità, ma non tutta. Il mercato è globale ma le regole sono locali: esistono le convenienze dettate dalle contingenze.

Guardiamo bene che cosa è successo negli Usa. Se la Fiat è entrata a Detroit è per merito degli aiuti concessi dal Governo americano al settore automobilistico: si è presentata come un partner della Chrysler, in grado di trasferire know how e salvarla dal fallimento. Lo ha fatto con successo, e di questo dovremmo essere fieri. Anche la General Motors ha ricevuto aiuti, per circa 50 miliardi di dollari. Non è finita: il bilancio federale ha un rapporto deficit/Pil del 10% annuo dal 2009. Il fatto, quindi, che il mercato statunitense sia più dinamico di quello europeo e che lì si lancino nuovi modelli di auto dipende esclusivamente dalle condizioni macroeconomiche e dai vincoli giuridici posti dagli aiuti: i soldi sono per gli investimenti in nuovi modelli, da realizzare negli Usa e non all'estero. Per evitare il rischio di aver buttato via i soldi, il Governo americano ha pure presentato ricorso al Wto contro la Cina per sussidi illegali all'esportazione di autovetture e componentistica. Per non parlare del Brasile, che tutela la produzione interna applicando una tassa sugli autoveicoli che abbiano meno del 65% dei componenti fabbricati nel Mercosur: ed anche a Belo Horizonte gli impianti Fiat sono in utile.

Anche il quadro europeo presenta degli elementi su cui riflettere: il nuovissimo stablimento serbo di Kragujevac, in cui la Fiat ha appena avviato la produzione della 500L, modello nuovo di zecca, avrebbe ricevuto sostanziosi contributi dal Governo serbo e finanziamenti agevolati della Bei. Ed in Serbia ci si limita a montare quanto viene prodotto prevalentemente in Italia, per essere riesportato: è una fabbrica-cacciavite, a basso costo.

Le conclusioni sono ovvie: ci sono motivi di politica economica ed industriale per cui Fiat è andata ad investire negli Usa ed altrettante convenienze di politica finanziaria, fiscale e salariale per cui è andata a produrre in Serbia. Se in Italia, come nel resto d'Europa, il mercato dell'auto è crollato è per via delle politiche di austerità fiscale. E se il Governo Monti non è riuscito a far passare l'abrogazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è per lo stesso identico motivo: è stata percepita come una sorta di libertà di licenziamento di massa in un momento di drammatica crisi economica.

Quando c'è crisi l'imprenditore non investe e se può licenzia. Ed è quello che sarebbe successo negli Usa, in Cina ed in Giappone se dopo la crisi del 2008 non fossero state adottate politiche pubbliche anticicliche, per contrastare le convenienze oggettive del mercato. E la Fiat infatti è andata negli Usa, dove c'erano soldi pubblici e convenienze macroeconomiche. La concorrenza globale è asimmetrica, perché si fonda sulle regole che ciascun Paese adotta per tutelare il benesssere interno. Per divenire Unione, l'Europa ha amputato i poteri dei singoli Stati. Ed ora la severità fiscale determina una contrazione strutturale della domanda interna a livello continentale, con un riassetto produttivo basato esclusivamente sui rapporti di forza, aziendali e nazionali. E' un processo politicamente ingestibile e democraticamente insostenibile: più che dentifricio fuori dal tubetto, una maionese impazzita.
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