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Sabato 3 Dicembre 2016, ore 20.44
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Qe3 e debito pubblico Usa: errori o strategia?

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
Ben Bernanke Il disavanzo commerciale americano è stato bilanciato per anni dalla sottoscrizione dall'estero del debito che alimentava questo squilibrio: un ricircolo di dollari che per dieci anni ha tenuto in piedi gli Usa ed il mondo intero in un equilibrio sempre più fragile, fino allo scoppio della bolla immobiliare che lo alimentava. La banca del popolo cinese ha impiegato il surplus valutario sottoscrivendo, per prudenza, titoli del Tesoro americano mentre le banche europee hanno preferito comprare titoli a più alto rendimento e rischio, garantiti dai mutui immobiliari, infilati un po' dovunque: le conseguenze del crollo di Wall Street sono state prevalentemente economiche per la Cina, ma principalmente finanziarie per l'Europa e le sue banche.

Le operazioni di immissione straordinaria di liquidità da parte della Fed, conosciute come quantitative easing, sono giunte alla terza edizione, con il Qe3 deciso nella riunione del 12-13 settembre: acquisti di Mortgage Backed Securities, titoli che hanno come sottostante un mutuo immobiliare, per 40 miliardi di dollari al mese finché l'economia non si riprende in modo stabile e la disoccupazione non scende a livelli accettabili.

Come è già successo per la precedente operazione decisa nel novembre del 2010, c'è la preoccupazione che questa liquidità non affluisca all'economia reale stimolando la ripresa. Nella migliore delle ipotesi, la liquidità che verrà immessa dalla Fed con il Qe3 potrebbe rimanere pericolosamente inerte, andando ad aggiungersi a quella già depositata come riserva non obbligatoria, oppure potrebbe alimentare un rally borsistico che sarebbe ingiustificato dalle performance dell'economia reale creando il presupposto per una bolla finanziaria ancor più pericolosa vista la stagnazione. Questa liquidità, in alternativa, potrebbe alimentare una speculazione sui prezzi delle materie prime, come sembrerebbe essere accaduto nell'inverno del 2011 a seguito del Qe2, oppure ancora trasformarsi in un afflusso di capitale in cerca di rendimento mediante investimenti nelle poche economie in crescita, come il Brasile. E comunque, il reàis tenderebbe a rivalutarsi rispetto al dollaro come lo yen, mettendo ancor più in difficoltà il Giappone, che dovrebbe stampare moneta anche per comprare dollari e non solo agevolare il finanziamento del crescente debito pubblico interno.

Ciò che sta accadendo mette in discussione l'equilibrio che ha caratterizzato lo scorso decennio: il disavanzo commerciale americano persiste, ma non è più bilanciato da un riafflusso di capitale che finanzia il debito interno americano, sia quello del bilancio federale sia quello immobiliare privato, contratto dalle famiglie. La Fed compra titoli di debito sul mercato interno ed internazionale stampando moneta: blocca il meccanismo attraverso cui per anni il reimpiego finanziario dall'estero del suo disavanzo commerciale ha bloccato la svalutazione del dollaro rispetto a tutte le valute, eccettuato l'euro. Se ora il dollaro si svaluta indistintamente rispetto a tutte le altre valute, è giocoforza che gli Usa tenderanno a comprare sempre di meno: questa è la preoccupazione di molti Paesi che si sono arricchiti in questi anni lucrando sul deficit commerciale americano.

La politica economica statunitense sembra, quindi, caratterizzata dall'abbinamento di un alto e persistente deficit pubblico, che traina la domanda interna e sostiene artificiosamente i redditi ed i consumi delle famiglie fin tanto che il progressivo indebolimento del dollaro sui mercati internazionali non determini il riequilibrio commerciale ed i bassi interessi sui debiti a lungo termine non facciano riprendere gli investimenti produttivi. I tassi di sconto tendenti allo zero, almeno fino al primo semestre del 2015, dovrebbero rassicurare gli imprenditori ed i consumatori.

Se fosse così, non solo tenderebbe ad esaurirsi una lunga fase di crescita mondiale basata sul traino del debito crescente americano, ma diventerebbero più acuti i conflitti infracontinentali: quelli tra città e campagna in Cina e quelli tra nord e sud in Europa. Tendenze centrifughe, sul piano politico, sociale e monetario, davvero ardue da gestire.
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