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Giovedì 29 Settembre 2016, ore 19.11
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Neither Eagle nor Bull: the unusual American sadness

Per gli USA è tempo di bilanci.

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa

Si avvia alla conclusione il primo mandato della Presidenza di Barak Obama: che venga rieletto o che prevalga Romney, per gli Usa è tempo di bilanci.

Non è questione solo di questi quattro anni di Presidenza Obama: per fare un bilancio dobbiamo fare un passo all'indietro molto più lungo, per capire che cosa sia successo nei due precedenti mandati della presidenza di George Bush Jr., che hanno coperto l'arco di tempo che va dall'inizio del 2001 all'intero 2008. La Presidenza Bush rimarrà nella storia per essere iniziata e conclusa in coincidenza con eventi estremamente traumatici: a febbraio del 2001 ci fu lo scoppio della bolla di internet ed il crollo del Nasdaq, ed a settembre successivo l'attentato alle Torri gemelle. Pochi mesi dopo, a dicembre, si determina un altro evento critico: la Cina fa ingresso nel Wto. E determina nei successivi otto anni un cambiamento senza precedenti della geografia economica e finanziaria. Nel settembre del 2008 fallisce la Lehman Brother's e si avvia la più rilevante crisi finanziaria mondiale dal '29.

Il bilancio della Presidenza Obama è presto fatto: ha giocato in difensiva, perché sono fallite entrambi le due opzioni strategiche di lungo periodo, sia quella basata sulla politica attiva, il benessere americano basato sulla diffusione della new-economy e sull'abbandono della old-economy che risale all'epoca di Reagan e di Clinton, sia quella basata sulla politica reattiva in campo militare, il recupero di un potere geostrategico assoluto basato sul presidio dell'Oriente intermedio, nell'area che si disloca lungo la fascia compresa tra il 30° ed il 35° parallelo nord, che va dall'Egitto fino alla Cina, passando per tutti i Paesi nevralgici: dal Libano alla Siria, da Israele all'Arabia Saudita, dall'Irak all'Iran, all'Afganistan al Pakistan. Questo è il cuore del domino in cui si intersecano i tre residui imperi terrestri euroasiatici: Russia, Cina ed India. L'Europa non conta: si è imbolsita estendendosi ad est, sgravando l'Unione sovietica di un costoso dominio ed è azzoppata dai conflitti interni e dall'euro. Strumenti che ne assicurano la autodistruzione politica.

La Presidenza Obama ha giocato di rimessa: ha ridotto le spese militari all'estero ed ha cercato di mantenere un minimo di coesione sociale interna attraverso i sussidi di disoccupazione. Un debito pubblico crescente ha sostenuto i consumi ma non ha creato occupazione diffusa: quella manufatturiera è già andata via per scelta strategica, da quando si era deciso di abbandonare la old economy a favore della Internet-based-Society. Il credito assicurato alle famiglie americane durante i due mandati di Presidenza Bush, nell'intero periodo che va dall'ingresso della Cina nel Wto alla crisi dei mutui sub-prime, ha solo allungato il tempo di sopravvivenza del benessere in un contesto in cui la deindustrializzazione americana si ingigantiva.

L'America avrebbe avuto bisogno di un nuovo paradigma produttivo in campo energetico creando una intera filiera alternativa al fossile ed al nucleare e di ribilanciamento dei modelli di consumo di massa verso soluzioni sostenibili dai giganti asiatici che devono provvedere all'innalzamento del benessere per miliardi di persone, dall'istruzione alla sanità, dai trasporti alla edilizia. E' rimasta invece ad aspettare il rebound della industria tradizionale, troppo poco. E' questa la inusuale tristezza americana: il "Change!" promesso e mai arrivato.

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