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Sabato 1 Ottobre 2016, ore 16.01
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L'indicatore perfetto

Nel percorso di comprensione dei mercati è bene sapere che l’investitore è di gran lunga il peggior nemico di sé stesso.

Francesco Caruso
Francesco Caruso
Master in Financial Technical Analysis, vincitore di SIAT Award 2011
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Questo post ha l’unico scopo di cercare di sensibilizzare il lettore su un punto focale nel percorso di comprensione dei mercati, e cioè come l’investitore sia – in ultima analisi e a ben guardare – di gran lunga il peggior nemico di sé stesso e come sia la sua stessa azione, guidata per lo più dall’oscillare tra i due poli di sentimento del mercato, Avidità e Paura, a trasformare i mercati in ciò che appaiono essere: perfette “macchine per deludere”.

I mercati, in effetti, sono una limpida espressione della matematica, in quanto da un lato raffigurano la realtà in numeri, dall’altro trasformano i numeri in realtà concreta.

L’analisi di lungo periodo indica che esiste un “rendimento medio” che i mercati sono pronti a generare senza particolari volatilità o rischi, per un investitore che ne comprenda appieno le dinamiche senza volerli “battere” attraverso il timing e che quindi si muova tra le principali classi di asset guidato dal concetto di convenienza come vero motore dei mercati. Questo rendimento è di circa il 6-8% annuo: a volte di meno, a volte di più (dipende ovviamente da molti fattori, tra cui l’inflazione) ma nel tempo si aggira sempre su quei livelli.

Il problema è che un rendimento di questo tipo puo’ essere visualizzato come una retta, intorno alla quale si muove una sinusoidale rappresentata dai movimenti ciclici dei mercati e dei rendimenti e resa ancora più larga nelle sue oscillazioni dalla psicologia degli investitori. Proporre un “rendimento medio del 6-8% con bassa volatilità” alla platea degli investitori dopo il 2008 o dopo le Torri Gemelle, avrebbe significato sfondare porte spalancate. Ma proporlo sul top del 2000, su quello del 2007 o anche a un investitore americano o giapponese adesso, significherebbe ricevere molte delle stesse porte in faccia. Il meccanismo è lo stesso, il risultato di mercato anche: ma la percezione del’investitore è spesso completamente diversa, non poche volte fuori tempo.

La storia dei mercati, anche recentissima, è piena di esempi che possono illustrare questa incongruenza: il BTP al 7% di rendimento era kryptonite, mentre sotto il 4% era oro; oppure lo S&P, che nel 2009 a 666 sembrava destinato ad avvitarsi ed era guardato a dir poco con paura, mentre mille punti e quattro anni dopo è l’asset migliore della terra. Ma l’elenco sarebbe lunghissimo.

Tutti i grandi movimenti vengono prima combattuti e poi, alla fine, giustificati: spesso proprio quando i prezzi iniziano a perdere i legami con la realtà e rappresentano, in effetti, né più né meno che eccessi, o di convenienza (minimi) o di rischio (massimi).
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