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Venerdì 9 Dicembre 2016, ore 01.05
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Nella nuova semantica monetaria, la Banca d’Inghilterra incespica sul sé ipotetico

Grandi le incertezze di un delicato passaggio.

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
Buone intenzioni, ma risultati deludenti. La prima uscita pubblica di Mark Carney, da poco alla guida della Banca d’inghilterra, è stata un flop: i mercati non hanno gradito tutti i condizionali posti alla politica di accomodamento monetario confermata dal nuovo Governatore, e la Borsa di Londra ha indietreggiato di un quarto di punto nella seduta successiva. Voleva essere aggressivo come Ben Bernanke nella lotta alla disoccupazione e determinato come Mario Draghi nella difesa della stabilità finanziaria. Difficile dimenticare le parole pronunciate da quest’ultimo il 25 luglio dello scorso anno, quando promise che avrebbe fatto qualsiasi cosa, “whatever it takes”, per evitare una crisi dell’euro. Gli speculatori rimasero annichiliti.

C’è stata una innovazione, dopo la crisi, nei comportamenti dei Governatori delle Banche centrali. Aveva cominciato già due anni fa la Fed, quando Bernanke preannunciò per la prima volta che “i tassi di interesse rimarranno estremamente bassi per lungo tempo ancora, fintantochè il tasso di disoccupazione non scenderà sotto il 6,5%”. Poi è stata la volta della Bce, con Draghi che nell’incontro di maggio con la stampa, al termine del consueto Direttorio, annunciò che “il tasso di riferimento potrebbe scendere ancora se l’economia non riprende vigore”. Riferì, tra lo stupore generale, addirittura di una discussione su tassi reali negativi per i depositi bancari eccedenti le riserve obbligatorie. Annunci di strategie future, un comportamento in passato inimmaginabile: ancora a valle dell’ultima riunione del direttorio della Bce, Draghi ha confermato che il tasso di riferimento rimarrà fermo “ancora a lungo”.

Fed e Bce hanno ribaltato così la tradizionale strategia di comunicazione dei Governatori: mentre in precedenza i mercati vivevano nella attesa spasmodica di conoscere le “nuove” decisioni da parte delle Banche centrali, per apprendere se e di quanto variavano con decorrenza immediata i tassi o la provvista di liquidità in base ai dati rilevati, siamo di fronte all’annuncio della “guidance” sui comportamenti che si terranno nel medio periodo, e del verificarsi o meno delle condizioni economiche e monetarie rispetto a cui si attiene questa strategia di politica monetaria. In pratica, occhi ed orecchie dei mercati scrutano i segnali che anticipino la strategia delineata, sia da Bernanke sia da Draghi: ogni miglioramento dei dati della occupazione negli Usa avvicina la conclusione del Qe3, mentre ogni peggioramento allontana il momento in cui termineranno gli acquisti mensili di 85 miliardi di dollari, tra titoli della Fed ed MBS delle Agenzie del Governo federale che intermediano mutui immobiliari. Per l’Europa è un po’ presto, perché ancora il Bollettino della Bce dell’8 agosto ha addirittura peggiorato le previsioni del pil dell’Eurozona, sia per l’anno in corso sia per il 2014.

Il nuovo Governatore della Banca d’Inghilterra si è lasciato andare: nell’annunciare la sua strategia di politica monetaria ha messo troppi “se”. E, soprattutto, ha confuso il “se” ipotetico con il “se” dubitativo. E’ un errore sul piano semantico, della logica decisionale: dopo aver annunciato che gli stimoli monetari verranno meno “se” la disoccupazione non arriva al 7% (e cioè “quando” si arriverà a quella percentuale), ha aggiunto un’altra serie di condizioni: la politica monetaria rimarrà accomodante “se” (e cioè “nel caso in cui”, trattandosi di un dubbio) non determinerà instabilità finanziaria oppure “se” (altro dubbio) ci dovesse essere un andamento dell’inflazione nel medio periodo superiore al 2,9% annuo. Il fatto è che in Inghilterra i prezzi al consumo viaggiano già al di sopra del 2,5% e che la Borsa di Londra sin da febbraio scorso ha recuperato i valori del 2008: in pratica, gli spazi di manovra per una espansione sono estremamente ridotti.

La reazione del mercato è stata chiara: teme che i “side effects” della politica monetaria espansiva, i “se dubitativi” messi dal Governatore Carney come paletti per la sua sospensione, siano di gran lunga più probabili e temporalmente più vicini rispetto alla prospettiva di una riduzione della disoccupazione al 7%. Quest’ultimo non è un obiettivo, un “se ipotetico” al cui verificarsi cessa lo stimolo monetario, ma un sub-obiettivo. Tanto valeva non pronunciarlo?

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