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Domenica 2 Ottobre 2016, ore 00.32
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Il dilemma del conflitto a fuoco in Siria

Una candela che si consuma inutilmente o una torcia che infiammerà il Medioriente?

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
Dalle guerre arabo-israeliane, che hanno segnato lunghi decenni, non c'è più traccia. Ora si compete per le egemonie, tra Arabia Saudita, Turchia, Egitto ed Iran. Dietro, il gioco delle grandi potenze: Usa, Russia e Cina.

C'è chi afferma che la attuale Amministrazione americana non abbia una strategia precisa sulla Siria, ritenendo che addirittura manchi uno schema di riferimento più generale sul Medioriente. Ci si lamenta del fatto che mancherebbe il nitore e la chiarezza dell'impostazione dei due Presidenti repubblicani, Bush padre e Bush figlio: il padre liberò il Kuwait invaso proditoriamente da Saddam Hussein scatenando la prima Guerra del Golfo; il figlio lanciò dapprima l'attacco in Afganistan ai Talebani, armando una coalizione dei Volenterosi, per vendicare l'attacco terroristico portato da al Qaeda alle Torri Gemelle l'11 settembre 2001, e poi all'Iraq, per liberare Israele dal pericolo incombente di un attacco per mezzo di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein. Dieci anni di questa strategia, volta ad "esportare la democrazia anche con la forza", sarebbero stati insufficienti, se è vero che il ritiro dall'Afganistan e dall'Iraq avviene in un contesto di grande instabilità politica ed istituzionale. Per costruire la democrazia serve una società molto diversa da quelle tribali e tendenzialmente teocratiche: ma questo doveva essere ben noto. Si sottolinea infine che in Siria si potrebbe ripetere, in condizioni più complesse ancora, quanto è accaduto in Libia, laddove alla caduta di Gheddafi non è seguito l'insediamento di un governo stabile. Nel caso in cui Hassad fosse costretto a lasciare il potere, ci sarebbe il caos più totale: si aprirebbe una fase di conflitto, di tutti contro tutti.

Per la verità, sembra esserci una forte continuità nella politica estera americana nello scacchiere mediorientale, che inizia con gli accordi di Camp David: sia come sia, da allora i rapporti tra Egitto ed Israele non sono più conflittuali. Rimane sempre sullo sfondo la questione palestinese, ma è stata assorbita in un assetto più ampio: lo scontro tra le sfere di egemonia all'interno del mondo arabo. La competizione è a tutto campo: sul piano politico, economico, religioso e militare, tra Arabia Saudita, Turchia, Egitto ed Iran. Rappresentano due mondi diversi: l'ulivo mediterraneo e la palma araba, che si intrecciano sul piano delle stirpi e su quello degli orientamenti interni alla religione musulmana, che nascono per il conflitto sulla legittimazione alla "guida" del movimento politico-religioso.

La vera novità è che al tradizionale conflitto che vedeva la contrapposizione tra Israele ed il "mondo arabo" che ha caratterizzato l'intero corso della storia del secondo dopoguerra fino alla pace di Camp David, si è sostituita una competizione interna, in cui più di un paese arabo ha rapporti diretti e forti con gli Usa. Per ragioni diverse, c'è la "special relationship" tra Usa ed Arabia saudita che risale addirittura a Roosevelt; c'è la presenza della Turchia nella Nato; c'è uno stretto legame tra l'Egitto e gli Usa, che hanno sostituito l'Urss nel ruolo di fornitore di armamenti e di sostegno finanziario.

Questi tre grandi Paesi dell'Area competono tra loro per ampliare la loro sfera di influenza, giocando talora sul piano delle affinità religiosa, ma sicuramente temono l'influenza dell'Iran. Il quarto contendente, temuto da tutti.

La strategia di lungo periodo della politica estera americana potrebbe essere quindi assolutamente coerente. Nella fase bushiana si è proceduto all'eliminazione dei cosiddetti santuari dei Talebani ed alla destituzione e conseguente condanna a morte di Saddam Hussein, completando l'operazione di annientamento dei nemici dell'Occidente ed in particolare di Israele, stringendo il cerchio intorno all'Iran. Nella fase obamiana si è tolto ogni sostegno alle leadership illiberali, per evitare che, nell'immaginario collettivo, permanga l'idea di una copertura politica americana alle violazioni dei diritti democratici: l'America è dalla parte del popolo, ogni qual volta pretenda la libertà. E' stato questo il paradigma seguito per il caso del Presidente tunisino Ben Alì, di quello egiziano Mubarak e del rais libico Gheddafi. Vale anche nei confronti dei militari egiziani, quando destituiscono illegalmente il Presidente Morsi, ma solo nel momento della rivolta da parte dei Fratelli musulmani. E' accaduto lo stesso ad Istanbul, quando ci sono state delle manifestazioni di piazza animate da parte di sostenitori della laicità dello Stato, che protestavano contro alcune decisioni del Presidente Erdogan.

Tutto ciò serve ad evitare l'insediamento o il rafforzamento degli altri competitor, come la Russia e la Cina: l'instabilità che ne deriva impedisce a chiunque di stipulare accordi di lungo periodo, approfittando della particolare difficoltà economica degli Usa dopo la crisi del 2008 nel mantenere il ruolo di "poliziotto del mondo".

Il conflitto in Siria segue la stessa logica: indebolire un regime palesemente sostenuto dalla Russia e dall'Iran. Indebolendolo, si coglierebbero due piccioni con una fava. Il rischio stavolta è quello della posizione geografica: troppo vicini all'Iran, troppo vicini ad Israele. Il problema è quello di stare troppo lontani o troppo vicini dal conflitto: se si lascia che la candela si consumi lentamente, senza cercare di alimentare l'opposizione armata, il regime di Assad riconquisterà tutto il territorio e sgominerà gli oppositori. Se si soffia troppo forte, c'è il rischio che la torcia accesa dia fuoco all'intera polveriera mediorientale, scatenando un inferno inarrestabile. Nei conflitti si sa come si entra, ma non si sa mai come se ne esce.

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