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Venerdì 9 Dicembre 2016, ore 08.41
Azioni Milano
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"Bye-bye Italia": altro che cercare nuovi investitori stranieri, se i primi a vendere sono gli italiani

La capitalizzazione della Borsa di Milano è ancora molto giù rispetto al 2007. La colpa è della assoluta incapacità di tutelare adeguatamente le nostre banche sul piano internazionale e di una politica fiscale continuamente rapace e vessatoria.

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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Ci sono slogan che i politici italiani dovrebbero avere il buon gusto di non pronunciare, soprattutto in questo periodo: "Destinazione Italia", ad esempio. Dovrebbe essere un pacchetto di iniziative legislative da varare al fine di attrarre investimenti dall'estero. Una burla, per come ci si è comportati finora, e per come sta andando ancora la Borsa italiana: tutto si fa, e si continua a fare, per disincentivare la stessa permanenza degli investimenti già fatti.

Se aggiungiamo al consueto conto della caduta del Pil rispetto al 2008, che segna in termini reali un -8%, abbiamo quasi perso il conto del crollo della produzione industriale: se facciamo base 100 nel 2005, a dicembre scorso la produzione nel settore dei beni di consumo durevoli, in termini destagionalizzati, è stata pari a 70. Meno 30%. Per i consumi delle famiglie italiane, prendendo sempre come base i valori monetari del 2005, registriamo una caduta del 5%: nel 2012, infatti, abbiamo speso per beni e servizi 834 miliardi di euro rispetto agli 878 miliardi del 2007. Sono ritornati a quelli dell'anno 2000, quando cifravano 833 miliardi. Indietro di 12 anni.

Ma il dato più grave riguarda le perdite finanziarie, la ricchezza dissoltasi. Basta guardare alle quotazioni della Borsa: nel dicembre del 2007, la capitalizzazione complessiva delle società italiane quotate a Milano valeva 733 miliardi di euro, pari al 50% del Pil. Nel dicembre 2012, la capitalizzazione era scesa a 365 miliardi, meno della metà in termini monetari. E' crollata al 23% del Pil.

Il valore della capitalizzazione persa dalle banche è stato significativo: Unicredit è scesa da 75,5 miliardi a 21,5 miliardi; Intesa San Paolo da 63,9 a 20,3 miliardi; Ubi Banca da 11,9 a 3,2 miliardi; Mediobanca da 11,5 a 4 miliardi; Banco Popolare da 9,7 a 2,2 miliardi; Montepaschi di Siena da 9 a 2,6 miliardi. Ma anche nel comparto industriale i risultati sono stati pesanti: Eni, che è la prima in graduatoria, è passata dai 100 miliardi tondi di capitalizzazione ai 67 miliardi. Ma dietro questa flessione non ci sono stati problemi di sorta, visto che la società è andata sempre avanti spedita e con successo nella sue attività di esplorazione, estrazione, produzione e vendita di prodotti energetici. Non è colpa del management. Peccato però che, per un privato che avesse investito nelle sue azioni nel dicembre 2007, oggi computerebbe una a pari a più di un terzo del suo patrimonio. Che il sistema finanziario italiano possa assorbire sul conto economico minusvalenze di questo ordine di grandezza, è impossibile: si avvita, come sta accadendo, un impairment test dopo l'altro. Le banche svalutano i loro stessi avviamenti, le finanziarie le proprie partecipazioni, le imprese il goodwill che hanno all'attivo. Una strada che porta solo all'inferno.
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