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Sabato 1 Ottobre 2016, ore 05.18
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Il Fiscal Compact è come il Trattato di Maastricht

Stupidi veli pietosi, incapaci di nascondere la crisi del mercantilismo e la fine del comunismo.

Guido Salerno Aletta
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
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20 anni fa entrava in vigore il Trattato di Maastricht: più che il sogno di una nuova Europa è stata una sciocca illusione. Impossibile cancellare mezzo secolo di storia, sistemi economici costruiti (e distrutti) per contrastare il comunismo. Con il Fiscal Compact si ripete lo stesso errore, cercando di nascondere la crisi di un sistema europeo basato sulla competizione mercantile, ormai insostenibile.

Non c'è stata solo una Cortina di ferro ad est, che ha diviso in due l'Europa per cinquant'anni, ma una frontiera interna che ne ha condizionato tutte le politiche economiche e sociali. Ciascun Paese dell'occidente capitalista europeo, dalla Grecia alla Spagna, dal Portogallo alla Gran Bretagna, dalla Germania di Bonn all'Italia, ed alla Francia, ha dovuto trovare equilibri interni che consentissero la sopravvivenza del suo sistema politico.

L'esistenza di un pericolo comunista, di una Germania di Pankow sostenuta dall'URSS, imponeva alla Germania occidentale, quella di Bonn per intendersi, di fare ogni sforzo per rabbonire la classe operaia, facendola beneficiare di alti salari: ancora nel 1995, dopo dieci anni dalla riunificazione, in Germania il costo del lavoro industriale assorbiva ancora il 78% del prodotto.

Anche la teorizzazione della economia sociale di mercato, come la svolta socialdemocratica a Bad Godesberg, per non parlare del sistema di partecipazione dei sindacati alla gestione delle imprese, sono tutte evoluzioni forzate dal pericolo comunista. Al confronto, il costo del lavoro industriale era ben più basso sia in Italia sia in Francia, con il 68%, mentre era appena del 58% in Giappone. Più il pericolo comunista era lontano, più bassi erano i salari.

Nel 2007, alla vigilia della crisi di Wall Street, in Germania questa percentuale era crollata al 65%: ben 13 punti percentuali in meno. In Italia, invece, era scesa di appena due punti, arrivando al 66%, mentre in Francia è rimasto inchiodato alla identica percentuale. Merito della moderazione salariale, frutto della concertazione tra Sindacati, Governo e Confindustria. L'impoverimento della classe lavoratrice era scontato.

Caduto il Muro, non c'è stato più bisogno di lasciare alti i salari agli operai: i tedeschi se ne sono accorti per primi. Non basta: l'unificazione tedesca e l'allargamento dell'Unione europea agli altri Paesi ex-comunisti ha accelerato la pressione sui salari.

E' paradigmatico quanto è accaduto in Germania a partire dal 1990, con l'unificazione dei Lander orientali più poveri, rispetto a quanto è accaduto in Italia, nei confronti delle aree meridionali: mentre la riunificazione tedesca è servita ad abbassare i salari degli operai, tant'è che ancora oggi non c'è la stessa paga oraria nei diversi Lander, con differenze di alcuni euro in meno in quelli orientali ed anche a Berlino, in Italia, l'avanzata del PCI negli anni sessanta si fondava sulla unità della classe operaia e su un contratto di lavoro unico a livello nazionale.
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