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Martedì 6 Dicembre 2016, ore 06.50
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Un piano Marshall per gli USA?

Gli USA per la prima volta nella loro storia si trovano di fronte ad una situazione nuova: non hanno più di fronte un nemico certo come era stata la URSS...

Fabrizio Pezzani
Fabrizio Pezzani
Professore ordinario di Economia Aziendale presso l'Università L. Bocconi. E' autore di libri e pubblicazioni sui temi di governance e controllo delle amministrazioni pubbliche e private e delle relazioni tra economia, etica e società.
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Gli USA per la prima volta nella loro storia si trovano di fronte ad una situazione nuova: non hanno più di fronte un nemico certo come era stata la URSS, non si trovano più ad essere l'unica potenza al mondo come è stato in questi ultimi venti anni, non sono più in grado di avere un ruolo egemone, perché il loro modello socioculturale è stato messo in discussione dalla storia e dai fatti evidenti di oggi. Sembra che non riescano a capire chiaramente quale ruolo interpretare, se di continuità rispetto agli ultimi venti anni o se, invece, il ruolo debba essere più rivolto alla legittimazione di una posizione volta a ricucire le tensioni globali che in uno scenario liquido, direbbe Bauman, aumentano le ombre e le apprensioni di tutti. Lo scenario che si intravede induce a pensare che sia la seconda la strada da seguire ma per avere questa legittimazione devono provare a ricucire internamente i loro problemi sociali ed economici che presentano, oggi, un equilibrio vistosamente precario.

Alla fine della seconda guerra mondiale, per la prima volta nella storia, le nazioni vincitrici pensarono di non chiedere i danni di guerra come era stato fatto alla fine della precedente, ma di aiutare le nazioni in difficoltà. Venne promossa un'imponente azione di aiuto e di solidarietà per superare le immense macerie fisiche e morali lasciate sul campo e negli animi. Fu avviato dagli , a partire dal 5 giugno 1947, un piano di aiuti definito "piano Marshall" in memoria dell'economista inglese Alfred Marshall che non aderì mai all'utilitarismo come principio etico.

Quegli anni furono contrassegnati da un principio di solidarietà che promosse uno sviluppo economico e sociale segnato come "goldenage" negli e da noi come "boom economico". Fino agli anni settanta questa spinta promosse valori sociali, uguaglianza e solidarietà ed una grande creatività in tutti i settori artistici; erano gli anni dell'"american dream". Poi lentamente quella spinta creativa si spense per lasciare il passo ad un utilitarismo senza limiti assunto come fine che ha progressivamente indebolito la tenuta delle società.

La caduta del muro di Berlino, 9/11/89, ha rappresentato la definitiva implosione dell'impero sovietico incapace di guardarsi dentro ed adattarsi ad una storia che cambiava. Falliva il socialismo reale allo stesso modo in cui rischiano oggi l'implosione gli , incapaci anche loro di capire i problemi di fondo che stanno minando la loro stabilità in campo economico, finanziario e sociale. Al momento si diffuse l'idea che "fosse finita la storia" come qualche studioso americano aveva – molto prematuramente ed improvvidamente – scritto ed enfatizzato, autorizzando l'idea che il sole si fosse fermato senza neppure l'ordine di Giosuè. Oggi, invece, siamo qui a prendere atto del fallimento completo di quel modello pseudo-culturale che porta a suggerire l'idea di un piano Marshall per gli .

Il principio di "utilità" personale ha avuto nella finanza lo strumento più efficace per autodeterminarsi, l'economia reale è diventata subordinata alle esigenze della finanza dominante, ma alla fine la storia presenta sempre il conto. Proviamo a ricostruire i fatti, i risultati ed il loro equilibrio estremamente precario.

La finanziarizzazione dell'economia reale ed il mantra "creare valore per gli azionisti" ha portato nei primi dieci anni del nuovo secolo ad un processo di delocalizzazione che ha bruciato il 31% dei posti di lavoro nel settore manifatturiero, con la perdita di quasi 6 milioni di posti di lavoro. La percentuale di occupazione nel settore manifatturiero, oggi, supera di poco il 12% del totale occupati (nelle regioni italiane del nord siamo oltre il 33%); se a questi si levano gli occupati nel settore delle armi la percentuale si abbassa ancora (nel 2003 le aziende americane avevano una quota di mercato mondiale del 27,7% oggi si avvicinano all'80%; riconvertire in parte un'economia di guerra in un'economia di pace non è per nulla facile specie dal punto di vista umano.
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