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Giovedì 8 Dicembre 2016, ore 01.18
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L'investitore (ir)razionale

Il limite tra razionalità e irrazionalità nella terra selvaggia dei mercati è labile e volubile ed è, purtroppo, distinguibile solo a posteriori

Francesco Caruso
Francesco Caruso
Master in Financial Technical Analysis, vincitore di SIAT Award 2011
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Il limite tra razionalità e irrazionalità nella terra selvaggia dei mercati è labile e volubile ed è, purtroppo, distinguibile con chiarezza solo a posteriori, leggendo gli aridi numeri della performance dei propri investimenti. Ne facciamo le spese soprattutto quando operiamo senza reti di protezione, acquistando cose che razionalmente ci sembrano interessanti (magari perché sono scese molto), ma senza avere un “piano B” nel caso scendessero ancora di un altro “molto”. Vediamo allora cosa sta succedendo adesso, proprio attraverso alcuni numeri. Forse in pochi se ne rendono conto, ma stiamo facendo la storia del mercato obbligazionario, con i rendimenti dei bonds a 10 anni scesi al livello più basso di sempre in molti paesi (dati Bloomberg):

- Germania: 0,70%
- Francia: 0,98%
- Italia: 2,03%
- Spagna: 1.86%
- Paesi Bassi: 0,81%
- Portogallo: 2,80%
- Svizzera: 0,31%
- Giappone: 0,41%

Cosa hanno in comune questi paesi?
Una bassa crescita economica, una crescita dei salari negativa e forti pressioni deflazionistiche. Questo ha una sua secca logica, poiché i tassi di interesse sono un riflesso di crescita e inflazione. La cosa veramente affascinante, però, ed è il motivo per cui questo momento realmente storico può passare inosservato alla maggior parte degli operatori di mercato, è che siamo diventati condizionati a credere che la crescita debole sia una buona cosa. Perché? Perché significa più “interventismo” della banca centrale per sostenere i mercati azionari nel breve termine.

Ma, mercato azionario a parte, la gara allo 0% dai banchieri centrali mondiali è davvero una buona cosa?
Lo sarebbe solo se si credesse che i prezzi del mercato azionario sono rappresentativi dell’economia. Purtroppo, questo sta diventando un concetto sempre più lontano dalla verità: basta vedere (e voler vedere) i P/E di molti mercati, a partire dal mercato leader – gli USA – con il P/E del NASDAQ a livelli di iperbolla (75+, dati Bloomberg) e quelli dello S&P ormai nel gotha dei record (20, dati Shiller).
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