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Domenica 4 Dicembre 2016, ore 15.24
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La finanza "garrota"

La "garrota" era un terribile strumento usato per l’esecuzione dei condannati a morte in vigore in Spagna fino al 1972...

Fabrizio Pezzani
Fabrizio Pezzani
Professore ordinario di Economia Aziendale presso l'Università L. Bocconi. E' autore di libri e pubblicazioni sui temi di governance e controllo delle amministrazioni pubbliche e private e delle relazioni tra economia, etica e società.
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La "garrota" era un terribile strumento usato per l’esecuzione dei condannati a morte in vigore in Spagna fino al 1972, attorno al collo del condannato era messa una corda di ferro che veniva stretta fino a provocarne la morte per soffocamento. Oggi la Finanza sembra assumere un ruolo di dominanza, un’invisibile "garrota" nella vita delle società tale da condizionarne i modelli di sviluppo, da inibire e soffocare l’aspirazione a quella democrazia che sembrava il fine da realizzare al mondo dopo la seconda guerra mondiale quando il 10 dicembre 1948 venne redatta la dichiarazione dei diritti universali dell’uomo.

Alla Finanza nei secoli è stato spesso attribuito un ruolo predatorio che veniva di tempo in tempo moderato dalle leggi o dalle guerre, ma quando il debito creato per fare fronte alle debolezze, agli errori ed alle esigenze è nelle mani di un altro se ne subisce la dipendenza e la sottomissione passiva e talora disperata.

Il modello socioculturale dei nostri tempi ha contribuito a deificare la Finanza come una sorta di magica pietra filosofale in grado di dare ricchezza e felicità in breve tempo; l’uomo è facile preda delle illusioni quando queste promettono di allontanare il dolore della vita e fare apparire tutto come un luccicante casinò dove la vita sembra essersi fermata. Il dramma si presenta quando il gioco ed il croupier che lo regola presentano il conto ed allora si diventa vittime delle proprie debolezze e ci si presta ad un gioco mortale in cui sembra sempre di essere a rischio di essere soffocati come il condannato a morte con la "garrota".

L’economia e poi la Finanza con la cultura razionale assoluta hanno finito per assumere il ruolo di fine e non più di mezzo e di essere studiate esattamente come scienze esatte innalzandole a verità incontrovertibile. Abbiamo scambiato i fini con i mezzi e finito per accettare, passivamente, come verità assoluta e "pietra filosofale magica" da non discutere una scienza che si è rivelata priva di fondamenti scientifici veri perché le ipotesi su cui si fonda sono diventate totalmente asimmetriche ai risultati; l’esperimento, in questi casi si considera fallito dall’evidenza dei fatti.

Già Frederick von Hayek, nel suo discorso di accettazione del Nobel – 1974 -, "La pretesa di sapere", avrebbe definito questo approccio culturale come "... un’attitudine decisamente non scientifica nel senso vero della parola, poiché prevede un’applicazione meccanicistica e non critica di abiti mentali a campi differenti da quelli in cui si sono formati". Non è vero che sono scienze esatte, non è vero che più migliora l’economia più migliora la società, non è vero che la natura dell’uomo è ininfluente nelle sue decisioni di allocazione della ricchezza, non è vero che i mercati sono razionali e non sbagliano mai e che a parità d’informazioni gli operatori decidono allo stesso modo (un palermitano come un afgano, un santo come un delinquente?).

Ne "Le letture dal sottosuolo" scritto nel 1868, F. Dostoevskij descrive l’inconciliabilità tra il razionalismo assoluto che fa dell’uomo un "tasto da pianoforte" o sempre "duepiùduequattro" e la libertà individuale del pensiero; il principio sopra indicato della razionalità dei mercati e dei comportamenti simili a parità informativa, nella sostanza, nega "il libero arbitrio" cioè la creatività e la conoscenza intuitiva che è l’unica che porta avanti le società nei secoli. Questo modello culturale omologante è stato proclamato, corampopulo, "Liberismo" ma che in realtà è uno strumento di dominio culturale: che beffa atroce e crudele!
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