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Domenica 11 Dicembre 2016, ore 14.56
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Come uscire dalla crisi europea

Vincenzo Russo
Vincenzo Russo
Ordinario di Scienza delle Finanze presso l'Università La Sapienza, Roma. Autore del blog enzorusso2020
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Giuseppe Guarino, Cittadini europei e crisi dell'euro, Editoriale Scientifica, 2014.

La tesi apparentemente stravagante del prof. Guarino è che nell'Unione europea con il Trattato di Maastricht, con il Regolamento 1466/97 e i Trattati successivi in Europa e, quindi, nei Paesi membri dell'Unione c'è stato un colpo di Stato bianco e, quindi, la democrazia è stata, addirittura, "soppressa". Cosa vuol dire? Vuol dire che con la firma del Trattato di Maastricht (1992), l'Europa adottò il piano di unione economica e monetaria lasciando però la politica economica e finanziaria a livello decentrato dei paesi membri. In coerenza con il progetto del mercato unico bisognava arrivare ad una moneta unica – come è avvenuto poi, con l'euro - perché questo era requisito fondamentale per il corretto ed efficiente funzionamento del mercato unico. Il piano era monetarista, mercatista e neo-liberista.

Il piano di Unione economica e monetaria rientrava nell'approccio funzionalista e gradualista. I paesi membri non erano pronti a rinunciare anche alla sovranità fiscale e perciò decidevano di andare avanti con gradualità e di centralizzare solo la politica monetaria. Sennonché politica monetaria e politica di bilancio fanno parte della politica economica generale e, in situazioni di crisi, è necessario utilizzare entrambi gli strumenti in stretto coordinamento. Infatti, senza il concorso delle politiche economiche e finanziarie in molti casi la politica monetaria può essere neutralizzata o minata nella sua missione fondamentale di mantenere la stabilità dei prezzi senza compromettere la crescita economica. Il coordinamento delle politiche economiche doveva avvenire in maniera "automatica" con il rispetto da parte dei paesi membri dei famigerati parametri di Maastricht: il 3% per il deficit corrente di bilancio; il 60% per lo stock del debito pubblico sul PIL; il tasso di inflazione ed il tasso di interesse. Questi ultimi non dovevano superare un certo scarto rispetto alla media riscontrata nei paesi più virtuosi. La scelta del coordinamento "automatico" invece che discrezionale, ossia, determinato di volta in volta, a seconda delle esigenze, da parte delle autorità di politica economica e finanziaria (ossia, i ministri dell'economia e delle finanze) dei paesi membri era coerente con l'impostazione neo-liberista che si era affermata negli anni '80 in tutta Europa e negli Stati Uniti di Reagan, Bush senior e Clinton.

Specialmente dopo la crisi della lira del 1992-93, la Germania poneva all'ordine del giorno il problema dell'adesione dei paesi membri "al principio dell'equilibrio delle finanze pubbliche e all'obiettivo a medio termine consistente nel raggiungimento di un saldo di bilancio vicino al pareggio o positivo". Si arrivava così all'approvazione del regolamento CE n. 1466/97, alias, Patto di stabilità e crescita e al regolamento n. 1467/97 che prevede un preciso meccanismo di sorveglianza e coordinamento delle politiche economiche con relative sanzioni. Il problema è stato e rimane che il Regolamento 1466/97 si occupa sostanzialmente ed esclusivamente di stabilizzazione anche se, en passant, in 3-4 punti menziona gli obiettivi di crescita, di occupazione e di creazione di nuovi posti di lavoro. È mio parere che l'emanazione di simili regolamenti applicativi fosse comunque necessaria se si tiene conto che in tutto il II dopoguerra l'Italia, ad esempio, non ha mai avuto il bilancio in pareggio.

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