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Martedì 27 Settembre 2016, ore 02.21
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La cultura della finanza-economia uccide il lavoro: le radici del problema

E' la piaga dei tempi quando gli idioti governano i ciechi

Fabrizio Pezzani
Fabrizio Pezzani
Professore ordinario di Economia Aziendale presso l'Università L. Bocconi. E' autore di libri e pubblicazioni sui temi di governance e controllo delle amministrazioni pubbliche e private e delle relazioni tra economia, etica e società.
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"Re Lear" è forse una delle migliori tragedie di Shakespeare nel descrivere la complessa natura dell'uomo che appare nella sua pazzia-saggezza e la tempesta che sconvolge la storia è la metafora della condizione umana. Nel quarto atto, alla scena prima, il conte di Gloucester esclama: "E' la piaga dei tempi quando gli idioti governano i ciechi". Si svolge così un gioco paradossale tra ragione e pazzia e si dimostra quanto l'universo morale sia più complicato ed intimamente contraddittorio di quanto la nostra vita di ogni giorno possa indurci a credere. L'affermazione drammatica è sempre attuale perché l'animo umano sembra sordo e cieco nel capire la storia, le cause vere dei suoi drammi e gli errori nel cercare le cure che peggiorano i mali. Ne siamo tutti responsabili o perché non vogliamo vedere o perché non abbiamo la cultura ed il pensiero per capire la verità sempre sistematicamente manipolata dai media.

Al centro del dramma sociale che sta devastando il nostro tempo è la mancanza di opportunità di lavoro per i giovani ma in genere per tutti coloro che vedono progressivamente perdere quanto la speranza di un futuro migliore aveva fatto credere.

Le cure proposte sono solo pannicelli caldi che dimostrano la cecità e l'incapacità di leggere la storia; cure che non servono a curare il dramma le cui radici dipendono dal modello socioculturale che ha affermato come fine personale la massimizzazione del reddito anche normalizzando comportamenti illeciti e facendo della finanza uno strumento per realizzare il fine. E' del tutto naturale che questo modello culturale veda il lavoro solo come costo e come fattore produttivo da ridurre al minimo e da spremere fino a quando è da scartare e gettare via. E' una cultura che si pone in modo assolutamente asimmetrico rispetto alla possibilità di creare lavoro perché il suo fine è quello di abbattere il suo costo a qualsiasi condizione, tanto rispetto al fine tutto il dramma che ne segue è solo un "danno collaterale". Siamo qui sempre a ragionare sui mezzi - Job Act, art.18, ecc. - che stanno evidenziando la loro inadeguatezza ad affrontare alle radici il problema, ma se non mettiamo in discussione i fini la progressiva mancanza di lavoro e la conseguente concentrazione di ricchezza finiranno per far saltare qualsiasi parvenza di democrazia e porteranno inevitabilmente al caos globale che già cominciamo a vedere.

E' sempre un dialogo tra sordi e ciechi in cui ogni parte ha le sue responsabilità: il governo privo di idee e prigioniero di forze che non può controllare; il mondo industriale incapace di avere idee innovative e creative pur avendo come maestra la storia millenaria di un paese che ha fatto del lavoro la sua fonte di benessere; le associazioni sindacali che in modo autistico continuano a reiterare compulsivamente sempre gli stessi atteggiamenti di sfida anziché provare a ricostruire un sistema collaborativo. In questo modo non se ne uscirà mai.

La sfida ai diritti universali dell'uomo scritti solo 60 anni fa sembra avere partita vinta perché la legge del più forte è diventata dominante. Il liberismo assunto come fine ha cavalcato la finanza per realizzare più rapidamente il profitto personale così la delocalizzazione è diventata la via più breve per abbattere il costo di produzione; favorire una globalizzazione della finanza determina anche la delocalizzazione delle imposte, il surplus finanziario generato viene portato nei paesi black-list.
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