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Stiglitz e l’euro: la memoria corta

Stiglitz ha ragione nel sostenere l'inadeguatezza dell'unità europea basata solo su una misura monetaria ma la realtà dell'uomo non è così

Fabrizio Pezzani
Fabrizio Pezzani
Professore ordinario di Economia Aziendale presso l'Università L. Bocconi. E' autore di libri e pubblicazioni sui temi di governance e controllo delle amministrazioni pubbliche e private e delle relazioni tra economia, etica e società.
Recentemente sono state riportate da diversi giornali le dichiarazioni di Joseph Stiglitz, l'economista premio Nobel nel 2001, in merito all'inadeguatezza dell'euro come elemento di base per l'unione monetaria e quanto la sua inadeguatezza sia evidente nelle diverse condizioni di sviluppo che avrebbero favorito alcuni paesi rispetto ad altri.

Sul tema e sulla questione specifica ha perfettamente ragione, ma il problema non è l'euro in quanto moneta, ma il modello socioculturale di tipo razionale e monetarista alla base della decisione dell'Unione Monetaria che dovrebbe prima avere una base di condivisione sociale e politica. Le sole economia e la moneta come unità di misura si staccano dalla società e dall'uomo come persona per diventare qualcosa di astratto e non governabile. Il vero problema è il fallimento del modello culturale innalzato a verità sacrale che ha portato una finanza priva di fondamenti scientifici ad assumere un ruolo di governo e di misurazione di realtà complesse e non completamente misurabili come sono le società dell'uomo.

Lo scontro culturale ormai sta arrivando ad una sorta di "Armageddon" tra la finanza sacrale ed indipendente dalla società umana e quest'ultima che alla fine sembra capire che oltre un certo livello si va nel baratro, e la Storia prima o poi presenterà il conto all'homo sempre meno "sapiens" ma sempre più "stupidus". Lo stesso Lincoln diceva: "Si può mentire a molti per un certo tempo, ad alcuni per sempre, ma non si può mentire per sempre a tutti".

Stiglitz aveva già criticato la trasformazione dell'economia come scienza morale in una scienza esatta e razionale da studiarsi con lo stesso abito mentale di chi studia le scienze positive come la chimica e la fisica. Nelle scienze positive le relazioni di causa ed effetto nei fatti studiati non dipendono dall'emozionalità dell'uomo, un grave cade sempre indipendentemente dal soggetto che lo fa cadere, nelle scienze sociali come l'economia si studiano le relazioni tra uomini e non tra cose per cui l'emozionalità dell'uomo non può essere sbrigativamente negata dai mercati che sono tutt'altro che razionali. I mercati non esistono ma esistono gli uomini che li governano e le decisioni di investimento sono su aspettative e non su certezze, così i mercati sembrano prevedere il futuro mentre sono le aspettative del futuro che orientano i mercati.

Stiglitz su "Il Sole 24 Ore" del 21 agosto del 2010 scriveva un pezzo intitolato "Cari economisti scendete a terra" in cui affermava: "La teoria delle aspettative razionali è stata un flop e ritoccarla non basta, serve un nuovo paradigma perché in palio c'è ben più della credibilità della professione o dei policy-maker che ne usano le idee ma la stabilità e la prosperità delle nostre economie".


Fu proprio il disastro del 2008 di Wall Street e della finanza falsamente razionale a portare la necessità di ripensare quel modello fallimentare sia economicamente che socialmente e si costituì la commissione Sarkozy del presidente francese - Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi - per proporre alternative alla misurazione del grado di sviluppo socioeconomico basato solo sul PIL. Ma gli interessi dominanti erano ancora troppo forti per potere essere affrontati sul campo e così la commissione di "Oltre il PIL" è svanita nel nulla come tutte le sue giustificate motivazioni. In questo senso Stiglitz ha memoria corta se si limita alla critica della moneta e non del modello culturale che l'ha innalzata a verità incontrovertibile.

Stiglitz, Sen e FitoussiIl PIL che tutti continuano autisticamente a richiamare è una misura solo estremamente parziale e manovrabile che non dice nulla sulla società perché misura monetariamente solo i beni e servizi prodotti ma non dice nulla sul come. Si può avere crescita del PIL e distruzione della società, dell'ambiente, creazione di povertà, di disuguaglianza e così via come vediamo ogni singolo giorno, incapaci di fermarci a riflettere sulla nostra mancanza drammatica di pensiero e di coraggio nel proporre soluzioni diverse ed alternative ad un modello che ci sta portando come tanti "lemming" ad una corsa disperata verso il baratro.

Stiglitz ha ragione nel sostenere l'inadeguatezza dell'unità europea basata solo su una misura monetaria, come se le società fossero solo un insieme di cose da contare, ma la realtà dell'uomo non è così perché come diceva Einstein: "Non tutto ciò che è misurabile conta e non tutto ciò che conta è misurabile".

E' evidente, però, che il dibattito va portato sul piano culturale, sui fini, mentre si continua a ragionare sui mezzi come il proporre una moneta a due, tre… velocità; ma cosa cambia se non mettiamo in discussione il modello culturale alla base? L'Unione Europea è una sfida alla Storia e la possibilità che paesi che si sono mortalmente battuti per secoli si alleino per il bene comune è un salto verso un futuro forse ancora ricco di speranze, ma non possiamo continuare a farci la guerra dei bottoni sapendo che così non andiamo da nessuna parte se non verso il caos.

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