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Lunedì 5 Dicembre 2016, ore 09.38
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La Svimez denuncia l’assenza di una strategia complessiva per lo sviluppo del Mezzogiorno

Serve una nuova politica industriale per il rilancio del Mezzogiorno

Vincenzo Russo
Vincenzo Russo
Ordinario di Scienza delle Finanze presso l'Università La Sapienza, Roma. Autore del blog enzorusso2020
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Il 2015 è stato un anno positivo per il Sud. Il PIL nel Mezzogiorno è cresciuto dell'1%, dello 0,7% nel Centro-Nord, e dello 0,8% in tutto il Paese. Anche l'annata agraria è stata favorevole. È aumentata l'occupazione anche giovanile. Naturalmente si tratta di segnali positivi ma ancora molto deboli. Anche se le percentuali sono relativamente più alte di quelle del Centro-Nord, ciò non significa che nel Sud si sia messo in moto un processo di crescita sostenuto e sostenibile. La crescita del 2015 non compensa neanche in prospettiva il depauperamento strutturale di medio-lungo termine che, del resto, è in corso in tutto il Paese che, da 14 anni, registra una dinamica negativa della produttività.

Nel periodo 2008-2014 il Sud ha perso il 13,2% di PIL, rispetto al 7,8% del Centro-Nord e al 9% del Paese nel suo insieme. Così nell'eccellente Rapporto annuale della Svimez. Anche al Sud c'è stata una certa ricostituzione dei risparmi delle famiglie ed una lieve ripresa degli investimenti privati anche nell'industria in senso stretto. C'è anche una quota di imprese meridionali che esportano ed altre sono “chiuse” nel senso che, per lo più, operano come subfornitrici e, quindi, catturano quote più basse di valore aggiunto.

Secondo la Svimez, cruciale, per il medio-lungo termine, sarà una immediata accelerazione della dinamica degli investimenti pubblici. Questi non sono incompatibili con altre misure tipo la riduzione delle tasse e gli incentivi agli investimenti privati ma quelli pubblici sarebbero molto più efficaci. La Svimez ha calcolato che quelli pubblici hanno un moltiplicatore di primo impatto pari a 1,37 (cumulativo su cinque anni 1,85). Mentre la riduzione di un euro di imposte dirette avrebbe un analogo effetto espansivo dello 0,38. Il problema diventa quindi quello di trovare gli spazi finanziari. Viene menzionato l'utilizzo pieno dei margini della flessibilità a tal fine.

Osservo che se tale scelta è inevitabile nel breve termine, essa non è sufficiente a dare una spinta significativa né per il breve né per il medio-lungo termine. Infatti quello dell'accumulazione è problema di medio-lungo termine e va affrontato proponendo una seria revisione delle regole del Fiscal Compact e dei suoi regolamenti attuativi (SixPact e TwoPact).

Tutta la controversia tra il governo italiano e la Commissione europea gira attorno al calcolo dell'output gap, ossia, alla differenza tra quello che il sistema economico italiano potrebbe produrre e quello che produce in fatto. L'output gap non è un dato osservabile quando viene proiettato al futuro, è una stima e questa dipende dal metodo adottato. Ci sono diversi metodi adottabili e, quindi, sono ottenibili stime diverse con margini di incertezza più o meno ampi. Non ultimo c'è l'incertezza circa il momento (l'anno) in cui dette stime vengono effettuate. Gli ultimi sette anni sono stati anni di straordinaria incertezza, tormentati da una crisi profonda che peraltro in Italia, ha anche radici più lunghe. Se così, le stime fatte sono ancor più incerte.
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