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Lunedì 24 Aprile 2017, ore 01.43
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Il nuovo paradigma

Dal Trump trade al nuovo centrismo globale?

Alessandro Fugnoli
Alessandro Fugnoli
Strategist ed esperto in economia, fa parte dal 2010 del team Kairos Partners SGR come responsabile de "Il Rosso e il Nero"
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Non c’è bisogno dei potentissimi radiotelescopi del Seti, protesi a captare qualsiasi bisbiglio cosmico alla ricerca di messaggi alieni, per ascoltare il profondo silenzio che è sceso improvvisamente su Washington DC. Tace e si è ritirata in una fase di meditazione la
commissione del Congresso che deve valutare i legami tra Trump e i russi, prodromica all’impeachment del presidente. Tacciono e sono tornati a casa i manifestanti che, fatto raro per l’America, avevano riempito le strade della capitale e promesso cortei sempre più imponenti per denunciare e sventare la fascistizzazione in corso.

Tace il nuovo Congresso, che fino ad ora non ha combinato niente e che si prepara a una lunga vacanza pasquale cui seguirà presto una lunghissima vacanza estiva. Tace l’idrovora di Trump, quella che doveva prosciugare la grande palude di Washington. Il blocco delle assunzioni di dipendenti pubblici, il primo decreto firmato nella sala ovale davanti a tutte le televisioni, non è stato rinnovato ed è stato sostituito dalla richiesta a tutti gli uffici federali di produrre proposte di autoriforma (le burocrazie sono notoriamente famose per la loro capacità e volontà di rinnovarsi e snellirsi). E perfino il carrozzone più efferato, quella Export Import Bank che ha sempre elargito credito alle multinazionali amiche del governo nella più totale opacità e che ogni repubblicano ha sognato di radere al suolo, verrà tenuta in vita.

Tacciono gli economisti trumpiani della prima ora, Navarro, Malpass, Kudlow, quelli che, insieme a Taylor e a Feldstein, si preparavano a diventare governatori della Fed l’anno prossimo o membri del Fomc già quest’anno (ci sono tre posti liberi già adesso). Ora Trump sembra orientato a confermare la Yellen proprio mentre si sceglie come capoeconomista dalla Casa Bianca il brillante Kevin Hassett dell’American Enterprise Institute (uno dei maggiori pensatoi repubblicani di establishment), da sempre proimmigrazione e antiprotezionista. E d’altra parte tacciono ormai i lobbisti di K Street, soddisfatti di avere troncato e sopito le velleità protezionistiche della riforma fiscale preparata da Ryan e ormai in mano a Gary Cohn, l’energico democratico ex presidente di Goldman Sachs che la sta rendendo completamente irriconoscibile. Forse si salveranno le infrastrutture, una spesa una tantum da finanziare con l’entrata una tantum dell’imposta agevolata sul rimpatrio dei fondi tenuti all’estero dalle imprese e quindi revenue neutral.

(Nella foto: I radiotelescopi del Seti)
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