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Venerdì 16 Novembre 2018, ore 23.06
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Alitalia, aspettando il decreto proroga vendita si aprono nuovi scenari

Una sentenza della Cassazione riporta alla ribalta la questione degli accordi di co-marketing fra le compagnie low-cost e gli Aeroporti "minori"

Economia, Trasporti ·
(Teleborsa) - Mentre si attende il decreto che prorogherà di sei mesi l'iter di vendita di Alitalia, per consentire una migliore analisi delle quattro proposte arrivate per l'ex compagnia di bandiera, qualcosa si muove anche sul fronte commerciale e della competizione con i vettori low-cost.

Una sentenza della Cassazione potrebbe infatti portare nuovamente alla ribalta l'annoso problema degli accordi di co-marketing fra le compagnie che offrono biglietti a basso costo e gli aeroporti considerati minori. Accordi ammessi dalla normativa europea ed attivi in tutto il Continente, ma caratterizzati in Italia da molte ombre e decisamente poco trasparenti, tanto da sollevare il dubbio che si tratti di finanziamenti "illeciti" alla concorrenza.

Ii giudici della Cassazione, accogliendo una serie di ricorsi presentati da Alitalia ai TAR di Veneto, Puglia, Sardegna e Sicilia, hanno disposto di rendere pubblici i contratti sottostanti gli accordi siglati rispettivamente dagli aeroporti di Verona, Bari, Alghero e Bari con la low-cost irlandese Ryanair, spina nel fianco del vettore nazionale. E' quanto riferito da Il Sole 24 Ore.

Alitalia, quindi, potrà ora richiedere la visione dei contratti siglati fra Ryanair ed i quattro gestori aeroportuali dell’Aeroporto di Verona, dell'Aeroporto di Bari, dell'Aeroporto di Alghero e dell'Aeroporto di Trapani. La Cassazione ha anche disposto un risarcimento complessivo di 65 mila euro ad Alitalia per "danni da lite temeraria".

Si tratta di una decisione che potrebbe essere storica per la compagnia, che sulla base della sentenza, ha la facolta di chiedere di rendere pubblici i contratti siglati con altri aeroporti ed altre compagnie low-cost.

Perché tanto clamore?

I contratti di co-marketing, come detto, sono ammessi proprio dalla normativa europea e finalizzati alla promozione degli scali più piccoli per sviluppare il territorio e l'economia locale in ambito europeo, consentendo l'apertura di nuove rotte e l'inclusione delle destinazioni meno trafficate nel network europeo. E sin qui nulla da obiettare.

Il problema degli accordi in questione e di tanti altri di questo tipo, attivi fra gli aeroporti minori e altre compagnie a basso costo, è che non sono chiari gli "incentivi" offerti ai vettori per transitare su questi scali ed aprire nuove rotte da e verso l'UE. Non si tratterebbe certo di aiuti di Stato, perché non siglati da soggetti pubblici, bensì dalle compagnie private che gestiscono gli scali, come più volte precisato dalle stesse, ma potrebbero costituire un elemento che falsa la concorrenza e rende meno competitiva Alitalia rispetto alle compagnie low-cost. E quindi ricadere eventualmente sotto la tutela dell'Antitrust.

Di qui, la lunga battaglia avviata dalla compagnia Tricolore nel 2015 contro Ryanair, per chiedere maggiore "trasparenza" e valutare se possano rappresentare un elemento che falsa la concorrenza e permette alle low-cost di praticare tariffe molto più basse rispetto alla compagnia nazionale.

Degli incentivi alle low-cost aveva parlato anche il Ministro dei Trasporti Graziano Delrio, in una interrogazione parlamentare, stimando in almeno 40 milioni la cifra annualmente elargita. Ma gli aeroporti monitorati dal Ministero sono solo una decina, mentre il commissario di Alitalia, Luigi Gubitosi, ha parlato di una somma ben più alta, che si aggirerebbe fra 100 e 150 milioni di euro. Una somma non indifferente che potrebbe certamente falsare la concorrenza se non fosse garantita la parità di accesso.







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