Teleborsa utilizza cookie, anche di terze parti, e tecnologie simili per gestire, migliorare e personalizzare la tua esperienza di navigazione del sito. Per maggiori informazioni su come utilizzare e gestire i cookie, consulta la nostra Informativa sui cookie.
Chiudendo questa notifica dichiari di aver preso visione e di ACCETTARE LA PRIVACY E I COOKIE DI TELEBORSA.

 
Lunedì 25 Maggio 2020, ore 11.58
Azioni Milano
A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z

L'Oriente è ancora rosso?

Sempre più stato in Occidente, sempre più mercato in Cina.

Alessandro Fugnoli
Alessandro Fugnoli
Strategist ed esperto in economia, fa parte dal 2010 del team Kairos Partners SGR come responsabile de "Il Rosso e il Nero"
« 1 2 3 4 5 »

La stazione di Kowloon. Hong Kong, Cina.Un altro aspetto che inquieta non poco l’Occidente è il rallentamento della crescita. Diminuiscono gli investimenti dall’estero, l’edilizia di qualità è in brusca frenata, l’industria pesante soffre di sovracapacità, la borsa di Shanghai è ai minimi dal 2009. Si invocano misure espansive. Si chiedono alla Cina più spesa pubblica, più infrastrutture, più credito e un costo del denaro più basso. Tutte misure, come si può notare, che dovrebbero agire sul lato della domanda.

In effetti la Cina postmaoista, nei suoi 35 anni di storia, non ha disdegnato le misure keynesiane sul lato della domanda, ma non ne ha mai abusato. Ha cioè usato la spesa pubblica solo in tempi di crisi (dopo la crisi asiatica e dopo la Grande Recessione del 2008) e non ha mai aumentato la spesa corrente (con effetti strutturali permanenti) ma ha speso per infrastrutture. In questo modo il debito pubblico non è mai salito, a livello statale, oltre il 25 per cento del Pil. (Nella foto la stazione di Kowloon. Hong Kong, Cina).

La Cina ha però utilizzato con altrettanta ampiezza, quando ha avuto bisogno di dare impulso alla crescita senza pesare sui conti pubblici, misure dal lato dell’offerta, liberalizzazioni e privatizzazioni. La prossima grande spinta all’economia cinese, più che dall’edilizia popolare e da altre infrastrutture, verrà proprio su questo terreno. Le State Owned Enterprises, i grandi conglomerati pubblici, sono considerati dalla dirigenza del partito troppo potenti e poco efficienti e la consapevolezza della necessità di privatizzarli è ormai diffusa.

Il problema è come. Buona parte del 2013 sarà speso nel dibattito sul modello di privatizzazione. Gli interessi in gioco sono enormi e per parecchi mesi la discussione resterà sott’acqua. Ci sono i fautori di privatizzazioni alla russa, con la creazione di una élite di oligarchi vicini al partito. Ci sono poi i sostenitori di un azionariato diffuso, quelli di uno smembramento delle conglomerate e quelli favorevoli al modello coreano. È alta la probabilità che, una volta avviata la riforma, l’economia ne ricavi benefici significativi. Anche la borsa di Shanghai, nella quale il peso dei grandi carrozzoni pubblici è molto elevato, potrà tornare a salire. La debolezza del mercato azionario e il diffuso malessere che ne consegue sono del resto una preoccupazione, in questa fase, per la dirigenza cinese.

Il tema della finanza locale è un altro incubo ricorrente nella lettura occidentale della Cina. Le amministrazioni metropolitane e provinciali, abituate in passato a finanziarsi vendendo terreni agricoli ai costruttori, hanno problemi crescenti nel momento in cui il governo centrale ha deciso di bloccare gli eccessi dell’edilizia privata. È però indicativo dell’orientamento promercato prevalente che i mancati introiti non saranno coperti da maggiori tasse, ma dai canoni d’affitto dell’edilizia pubblica.

« 1 2 3 4 5 »
Altri Top Mind
Commenti
Nessun commento presente.
Per inserire stili HTML nel commento seleziona una parola o una frase e fai click sull'icona corrispondente.