Mercoledì 12 Agosto 2020, ore 20.42
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L'Oriente è ancora rosso?

Sempre più stato in Occidente, sempre più mercato in Cina.

Alessandro Fugnoli
Alessandro Fugnoli
Strategist ed esperto in economia, fa parte dal 2010 del team Kairos Partners SGR come responsabile de "Il Rosso e il Nero"
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Un concept per il business district di Chongqing, la città di Bo Xilai.Quanto al quadro politico generale, non è un mistero che tra le élites serpeggi una grande inquietudine. Tutto il gruppo dirigente è stato vittima, in gioventù, della furia giacobina della Rivoluzione Culturale del 1966 che Mao, in difficoltà nel partito, scatenò facendo appello agli studenti, più manipolabili dei quadri operai riformisti. Quell’esperienza ha lasciato un segno profondo e continua a essere vissuta come la prova della fragilità del potere anche quando questo sembra solido e assoluto.

L’esperienza subita durante la Rivoluzione Culturale ha lasciato nei dirigenti attuali, e in quelli che stanno per subentrare loro, un’avversione viscerale per ogni forma di populismo. Bo Xilai, antropologicamente simile agli altri dirigenti (un figlio a Oxford, una ricchezza ingente) si è però macchiato proprio del peccato mortale di populismo. Per accelerare la sua carriera ha fatto appello alle nostalgie maoiste della parte più povera della popolazione e ha promosso forme di giustizialismo estranee alla mentalità postdenghista. Si spiega, in questo modo, la reazione rabbiosa degli altri dirigenti del partito e la sua rapida caduta in disgrazia. (Nella foto un concept per il business district di Chongqing, la città di Bo Xilai).

Nonostante il nervosismo evidente, il controllo politico sul paese da parte del partito resta molto solido. Il gruppo dirigente è, però, perfettamente consapevole che una società civile sempre più sofisticata non potrà essere controllata in eterno con metodi grossolanamente autoritari. Nessuno ha in mente modelli occidentali (l’Occidente è visto come un esperimento fallito), ma ci sono alcuni passaggi che verranno presto attraversati mentre si delinea sullo sfondo una strategia di riforma politica.

Il primo passaggio è il ripristino di una qualche forma di certezza del diritto. Negli anni Novanta il partito stroncò sul nascere un inizio di autonomia da parte della magistratura. Il risultato è che oggi il giudice, prima di emettere una sentenza, va a chiedere alla commissione legale del partito locale come comportarsi. Gli avvocati, dal canto loro, rifiutano di difendere clienti invisi al partito. Il risultato, diritti umani a parte, è un prevalere dell’arbitrio che nuoce al regolare andamento degli affari.
Più avanti, sullo sfondo, si intravede una maggiore articolazione del potere politico. I modelli più discussi sono quelli di Hong Kong e Singapore.

A Hong Kong nulla avviene contro la volontà del partito, esattamente come nulla avveniva fino al 1997 contro la volontà della Corona britannica. La vivacissima società civile di Hong Kong gode tuttavia di autonomia amministrativa. Ci sono elezioni vere e ci sono schieramenti, ma questi sono organizzati su base corporativa o su singole questioni e non assumono mai un profilo ideologico o politico. Dal Guangdong (e in particolare da Shenzhen, vicinissima a Hong Kong) giungono già richieste di procedere in questa direzione.

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