Sabato 11 Luglio 2020, ore 10.40
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Il silenzio assordante dei conflitti globali

Questa crisi è una sorta di "Armageddon" tra un modello socioculturale arrivato alla fine ed uno nuovo che deve riprendere il senso e l'armonia dello stare insieme al posto del nostro "bellum contra omnes".

Fabrizio Pezzani
Fabrizio Pezzani
Professore ordinario di Economia Aziendale presso l'Università L. Bocconi. E' autore di libri e pubblicazioni sui temi di governance e controllo delle amministrazioni pubbliche e private e delle relazioni tra economia, etica e società.
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Il secolo scorso è stato quello più sanguinoso e ricco di guerre degli ultimi 26 secoli della storia dell'uomo, ma allo stesso modo è cominciato quello nuovo ad evidenziare delle conclusioni sulla crisi del nostro tempo. Oggi siamo a guardare un susseguirsi di violenze a tutti i livelli che vanno ben al di là di semplici conflitti locali, ma mettono in discussione un equilibrio globale che viene continuamente riproposto e rimesso in discussione. Il termine "bene comune" appare nei discorsi di tutti, ma sembra più un rituale terminologico che una volontà precisa; più se ne parla più si allontana. Il termine più volte usato di "Armageddon" in questo senso sta a significare uno scontro storico più profondo del solo problema economico, ma coinvolge sistemi di valori, di culture, credenze, interessi a confronto/scontro, di esercizio di un potere – militare e finanziario - che mirano alla dominanza non alla collaborazione. E' un potere, nei fatti, non definito da una responsabilità morale e non controllato da un profondo rispetto della persona; la finanza, in questo tempo, ha assunto un ruolo dominante nella vita tale da orientare anche le scelte della "polis" globale. La cultura della finanza, però, è completamente diversa da quella dell'economia reale; la finanza opera in un contesto "amorale" perché chi decide non si pone il problema delle conseguenze sociali delle sue decisioni che sono a breve tempo lesive degli interessi collettivi a lungo. Nella finanza "piccolo" non è bello quindi la conseguenza è una concentrazione di potere, prevalentemente in USA e UK, asimmetrico alle esigenze della democrazia rappresentativa, di qui l'inesorabile terreno di scontro tra modelli culturali.

Gli scontri in essere, oggi, in varie parti del mondo – Siria, Egitto, Iraq, Afganistan, Palestina ed Israele, Ucraina...- sembrano assumere una crescente violenza, anche esagerata, e più che riportare o cercare la pace sembra che si voglia alzare la soglia dello scontro come per provocare reazioni che però non arrivano. Solo un mese fa i contendenti in Palestina piantavano un ulivo in Vaticano con Papa Francesco come segno di alleanza. La comunità internazionale sembra incapace di muoversi come se fosse in una cristalleria dove la mossa più semplice potrebbe scatenare un effetto domino.

A partire dallo scorso anno gli interessi e gli equilibri in campo sono andati definendosi più chiaramente, in particolare la possibile guerra in Siria è stato il primo fronte aperto. Il disastro delle armi chimiche aveva spinto gli USA a proporre un intervento immediato, scongiurato dal ruolo della Russia di Putin; la posizione di stallo ha favorito il riavvicinamento dell'Iran agli USA ed ha aperto la negoziazione sull'embargo.

Nel fronte finanziario il governatore della FED, in un mese, ha cambiato radicalmente idea sul suo ruolo di accompagnamento dell'exit strategy, è ritornato a stampare moneta dopo avere assicurato del contrario. A distanza di poco tempo alcune banche d'affari di Wall Street, BankAmerica e Citibank, salvate dalla FED nel 2008, sono state accusate dal dipartimento di giustizia degli USA di comportamenti fraudolenti nella gestione dei sub-prime che avevano generato la crisi da cui le stesse banche sono state salvate. Altre – JP Morgan – sono state svalutate per le esposizioni iperboliche in prodotti finanziari ad alto rischio. Le azioni di controllo nei confronti del potere finanziario si sono accentuate ed i paesi che avevano cavalcato l'onda della finanza – USA e UK – si sono trovate di fronte a situazioni di grande difficoltà sociale; la liquidità dei loro sistemi non sembra avere contropartite in termine di valore reale.

Il sorgere di attori portatori di interessi diversi ha messo in evidenza la debolezza degli equilibri in essere; gli scontri in Palestina, in Ucraina, in Siria, Iraq... si accompagnano a prove di forza giocate su altri terreni. I Brics hanno definito un accordo per la costituzione di una "superbanca" funzionale a ridurre l'eccessivo potere del dollaro, ma anche della finanza statunitense; la FED soddisfa la richiesta di restituzione del proprio oro alla Germania in minima parte e fa aumentare le tensioni tra i paesi.

Sembra che molto sia in gioco e su terreni diversi si gioca la stessa battaglia per la ridefinizione di nuovi equilibri globali in cui la cultura finanziaria non sembra affatto volere cedere il passo ed il suo potere egemone. La chiave di lettura dei problemi che incombono su di noi è molto complessa ed articolata e rende difficile la ricostruzione ed il collegamento dei fatti. Questo è l'enigma che ci aspetta, sapremo affrontarlo?
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