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Domenica 19 Agosto 2018, ore 23.17
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I segnali di pericolo e la loro analisi: l'eutanasia del redditiere

Fabrizio Pezzani
Fabrizio Pezzani
Professore ordinario di Economia Aziendale presso l'Università L. Bocconi. E' autore di libri e pubblicazioni sui temi di governance e controllo delle amministrazioni pubbliche e private e delle relazioni tra economia, etica e società.
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Come la storia insegna nei millenni tutte le società hanno cicli di vita che hanno una loro somiglianza nelle differenti fasi di crescita e poi di implosione e collasso; allo stesso modo gli Usa si trovano ora di fronte ad un cambio di paradigma che gli scontri interni mostrano ogni giorno ed il tentativo di spostare all'esterno i problemi – Siria, Libia, Corea del Nord, Russiagate... - mostrano ancora una volta come il ricorso a questi espedienti sia solo un modo di spostare avanti, ma non di risolvere come i latini ricordavano: "Quod differtur non aufertur" (ciò che viene differito non viene risolto). Il tema e la domanda di fondo oggi diventa: "Possiamo ragionevolmente pensare che il dollaro possa essere all'infinito la valuta di riserva mondiale quando la sua società si sta sgretolando?"

L'osservazione dei fatti deve essere fatta tramite la ricostruzione della storia passata e della sua analisi, questo è già un esercizio difficile per il modello culturale attuale di una società di "contemporanei" che vive giorno per giorno e dimentica il passato, si comporta come se questo non esistesse finendo per perdere la memoria e la previdenza cioè le qualità che più ci distinguono dagli animali. Il dramma attuale è stato perseguito nei decenni, ma come sempre si guarda all'ultimo evento come causa finale dei fatti quando questo è solo la scritta che appare alla fine di un film: "The End". La finanziarizzazione dell'economia reale ha spinto tutto sulla finanza staccata dal mondo reale che guarda solo al breve tempo e non al lungo come l'economia reale che è l'unica attività a generare ricchezza; il perseguimento del diabolico mantra "creare valore per gli azionisti" è stato il padre di tutte le disgrazie avviando in processo di delocalizzazione, vero processo di impoverimento e di sfacelo del paese esattamente come successe prima del crollo del 29 quando la manifattura venne sacrificata sull'altare della finanza.

Il modello organizzativo basato sulla delocalizzazione, infatti, sta mostrando i limiti di una crescita orientata solo al breve tempo e sta scontando una progressiva perdita di marginalità anche legata al crescente scontro sociale e culturale con cui le multinazionali devono confrontarsi in condizioni di maggiore criticità rispetto alle posizioni politiche che stanno ridefinendo le posizioni di potere contrattuale, stiamo assistendo alla loro perdita di economicità ed alla ricerca di mantenimento del valore azionari con operazioni di buy-back, ma fatte a debito che sta portando in collasso il sistema.

Le operazioni di buy–back da parte delle corporate spingono in alto l'indice Dow Jones contrastando le vendite di titoli che farebbero cadere il mercato, ma in questo modo il mercato si regge sul debito concesso dalle banche che finiscono per andare verso posizioni di default, la situazione delle aziende è vicino ad un punto di non ritorno. Secondo un'analisi di Bloomberg l'incremento del Dow Jones è attribuibile per il 54% solo a queste manovre speculative ed il valore azionario delle aziende è totalmente lontano dal valore reale delle stesse; come scriveva Galbraith in "Il grande crollo" questo è il momento in cui la speculazione entra nel mercato "per seguire il treno in corsa" alimentato da troppi analisti ed accademici collusi con gli interessi dominanti, il passo naturale successivo è la creazione della bolla e la sua esplosione. Si dovrebbe potere intervenire, come in una bolla di sapone, con uno spillo per sgonfiarla lentamente ma questo diventa troppo difficile così rimane solo l'attesa dello scoppio.
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