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Mercoledì 26 Settembre 2018, ore 16.40
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Italia e dintorni

Tutto è in movimento

Alessandro Fugnoli
Alessandro Fugnoli
Strategist ed esperto in economia, fa parte dal 2010 del team Kairos Partners SGR come responsabile de "Il Rosso e il Nero"
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Le agenzie di rating, ormai lo abbiamo capito tutti, guardano al passato più che al futuro. Quando provano a prevedere vanno spesso incontro a gravi infortuni. Alla vigilia delle ultime presidenziali americane, nel giugno 2016, Moody's pubblicò uno studio in cui si calcolava che le politiche economiche proposte da Trump, applicate integralmente, avrebbero comportato una lunga recessione e la perdita di un ingente numero di posti di lavoro. Molti altri lo dissero, naturalmente, ma sappiamo che finora è successo esattamente il contrario.

Nelle prossime settimane le agenzie di rating torneranno a esprimersi sull'Italia ed è probabile che limeranno qua e là il loro giudizio. È da più di un decennio, del resto, che le agenzie tolgono A (e ora anche B) al debito dei paesi sviluppati. Per un po' di anni, affascinate dalla globalizzazione, avevano compensato questa severità con un miglioramento continuo del rating dei paesi emergenti, salvo essere prese in contropiede, a partire dal 2011, dal deterioramento dei fondamentali economici e della posizione finanziaria di alcuni importanti paesi di questo gruppo.

È possibile che, in occasione di questi abbassamenti del rating dell'Italia, lo spread tra Btp e Bund torni temporaneamente a salire, così come si allargherà probabilmente quando la Commissione europea, in novembre, esprimerà le sue perplessità sulla manovra, mettendo magari in luce il carattere una tantum di alcune entrate fiscali.

Avanziamo però l'ipotesi che il climax dell'attacco ai titoli italiani sia alle spalle, che si apra ora una fase intermedia di neutralità guardinga ma non ostile e che a fine anno lo spread sia più basso di oggi in una misura non drammatica ma tale da giustificare un trade in questa direzione. Argomentiamo questa ipotesi ricordando prima di tutto che, nel clima infuocato della battaglia politica, sono circolate nelle passate settimane ipotesi di disavanzo che calcolavano il costo di tutte le promesse elettorali e che abbiamo visto arrivare fino all'8 per cento del Pil. Ora, anche se negli ultimi tempi è diventato di moda nel mondo onorare le promesse elettorali, nemmeno Trump è riuscito a fare tutto e subito, tanto che nei prossimi giorni sarà costretto a minacciare di bloccare il bilancio federale se non vi compariranno i soldi per costruire il muro sulla frontiera con il Messico (pur sapendo che anche questa volta la sua minaccia cadrà nel vuoto e il muro non si farà).

Avendo fatto l'orecchio a cifre di disavanzo italiano così imponenti, qualsiasi cosa cada ora sotto il 3 per cento appare austera e severa e fa alzare al cielo un sospiro di sollievo. Dopo tutto, su questi livelli, il disavanzo italiano su Pil sarà nel 2019 pari a quello francese e sarà meno della metà di quello degli Stati Uniti.
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